Liberalizzazione orari apertura negozi, c’è chi dice no!

Negozi aperti 24 ore su 24: a dire no sono i commercianti. La storia è sempre la stessa e si ripete qualsiasi siano “gli interessi” in gioco, cambiano solo gli attori. E se prima erano i farmacisti, gli avvocati, i notai, i tassisti, oggi sono i commercianti. Il dato imprescindibile è uno: la legge è legge e tutti i negozianti dovranno adeguarsi.

La liberalizzazione, avviata dalla manovra del governo Berlusconi a luglio scorso come «sperimentazione», è stata completata dalla manovra del governo Monti (il decreto «salva Italia» del 6 dicembre, convertito in legge il 22) che estende la libertà di apertura e chiusura – prima concessa alle «località inserite negli elenchi regionali dei luoghi a vocazione turistica e le città d’arte» – a tutti gli esercizi. La legge, entrata in vigore il 28 dicembre scorso, concede 90 giorni di tempo a Regioni ed enti locali perché adeguino i loro ordinamenti alla liberalizzazione. Non è chiaro se le regioni abbiano o meno un certo potere discrezionale. Il dibattito, comunque, è aperto e alcune Regioni hanno messo in atto un vero e proprio braccio di forza. C’è chi parla di ricorsi contro le liberalizzazioni come il presidente della regione Toscana, Enrico Rossi, che in un’intervista a Repubblica ha spiegato le sue ragioni: “Si tratta di una materia che il titolo V della Costituzione attribuisce alla competenza esclusiva delle Regioni, quindi il governo dovrebbe consultarci. A meno che non voglia fare tutto da solo. Questo valeva per Berlusconi e vale anche per i professori. Avevamo già pronto il ricorso contro la liberalizzazione prevista da Berlusconi e oggi presentiamo lo stesso ricorso contro quella decisa da Monti che è ancora più spinta. Non darei una lettura politica al ricorso. Più che di Cota e Polverini mi sento in compagnia di tanti commessi, commercianti e persone di buon senso che ritengono che tra la liberalizzazione selvaggia e l’eccessiva burocrazia, ci sia lo spazio per una regolamentazione ragionevole che tuteli lavoratori, piccolo commercio e consumatori”. Contro questi Presidenti “conservatori” si è schierato il Codacons: “Opporsi ad un provvedimento che i consumatori chiedono da 20 anni è assurdo e dannoso, perchè liberalizzare il commercio vuol dire salvare migliaia di negozianti dalla bancarotta, far riprendere l’economia nazionale e offrire maggiori possibilità ai cittadini”. L’Associazione fa sapere che “interverrà dinanzi la Corte Costituzionale a tutela dell’articolo 31 della manovra” e ricorda che “le mancate liberalizzazioni nel settore del commercio costano complessivamente ai cittadini ben 8 miliardi di euro”

La paura è la stessa che si presentò alla vigilia dell’apertura dei grandi centri commerciali: la preoccupazione che questa “liberalizzazione selvaggia” uccida il piccolo commerciante, la bottega di quartiere che non ha risorse e mezzi per stare al passo con i big. “La maggiore libertà di iniziativa per alcune imprese del commercio di piccole e medie dimensioni non rappresenta un’opportunità quanto piuttosto un danno, in quanto potrebbe causare una nuova flessione per l’economia e la perdita di molti posti di lavoro. Perchè? Perchè le piccole attività temono di venire schiacciate da quelle più grandi, come i centri commerciali” spiega il presidente della Confesercenti di Roma, Valter Giammaria, secondo cui il provvedimento di liberalizzazione degli orari commerciali metterebbe a rischio, solo nel Lazio, oltre 100 mila attività e 300 mila occupati.Durissimo il Codacons contro le Regioni che hanno deciso di ostacolare la liberalizzazione degli orari e dell’apertura dei negozi.
Ma il provvedimento non ha incassato solo critiche ma anche apprezzamenti, in particolare dalle associazioni che rappresentano i consumatori: per Carlo Pileri, Presidente dell’Adoc “questa situazione del tutto nuova per l’Italia darà l’opportunità al commercio di rinnovarsi e di lavorare sulla vera concorrenza per conquistare la clientela” riducendo i prezzi e risollevando l’economia del Paese. Secondo  Lorenzo Miozzi, presidente del Movimento Consumatori, invece, “la liberalizzazione degli orari dei negozi va vista come un inevitabile processo che fa parte della naturale evoluzione sociale, un mutamento che l’Italia è chiamata a gestire e a soddisfare, per non correre il rischio di frenare lo sviluppo del Paese. Con il tempo, cambiano i ritmi della nostra vita: non possiamo pensare che le esigenze dei cittadini di oggi siano uguali a quelle di 50 anni fa. Sarebbe anacronistico e dannoso per la crescita economica italiana”. “Siamo convinti, ad esempio,  – continua Miozzi- che le aperture domenicali porteranno nuove assunzioni, ed è questa la strada da seguire per garantire lo sviluppo economico del Paese, non certo quella tracciata da sindacati che si preoccupano solo di ‘stratutelare’ quelli che già hanno un’occupazione. Chi cerca di rallentare i processi di apertura del mercato sta semplicemente portando avanti battaglie di mezzo secolo fa. La liberalizzazione degli orari commerciali, in virtù del suo carattere sociale e al di là della norma prevista dalla manovra Monti, era solo questione di tempo”.

 

2 Commenti a “Liberalizzazione orari apertura negozi, c’è chi dice no!”

  1. Andrea Cautiero ha detto:

    Seppure non si farebbero assunzioni si farebbero però straordinari, regolarmente pagati. Ed è sempre una buona cosa.

  2. maria luisaq ha detto:

    x esperienza SO che NON vengono effettuate ulteriori assunzioni quindi mio marito ed io siamo assolutamente contrari alle aperture selvagge sullo stile periodo natalizio!