Liberalizzazioni, convegno Antitrust: occorre una riforma culturale

Il processo di liberalizzazione ha avuto un’impennata importante a metà degli anni 70 in Europa ed ha riguardato diversi settori rilevanti dell’economia. L’Italia ha recepito le Direttive europee ed ha anche fatto qualcosa in più, vedi – da ultimo – il Decreto CrescItalia. Tuttavia quello delle liberalizzazioni è un processo complesso che richiede soprattutto la ricostruzione del contesto istituzionale. E’ chiaro Marco D’Alberti, docente all’Università Sapienza di Roma, nel suo intervento nel corso del convegno organizzato dall’Antitrust, “Liberalizzazioni e concorrenza”: un’occasione per porre al vaglio di esperti in materia l’attività dell’Autorità divenuta esplicita di recente con la segnalazione inviata al Governo.Secondo D’Alberti ci sono, nel nostro caso, alcuni punti del contesto istituzionale che vanno necessariamente modificati e resi più consoni al processo di liberalizzazione. “Le leggi di sviluppo dell’attività economica devono essere poche, chiare, intellegibili e certe” tanto per iniziare ma è anche necessario modificare il rapporto tra Stato e Regioni perché gli “Enti Locali hanno troppo spesso bloccato alcune liberalizzazioni dal momento che il Titolo V della Costituzione prevede la competenza regionale su diversi e rilevanti settori dell’economia”. Infine va ripensato il ruolo dell’apparato pubblico.  Il Governo Monti sembra muoversi in questa direzione: il decreto CrescItalia può essere considerato un punto di riferimento – sostiene il prof. D’Alberti – in quanto ha avuto il merito di proseguire nella logica settoriale del processo di liberalizzazione, di prevedere norme generali di liberalizzazione. “Si tratta – aggiunge – di obiettivi ambiziosi ma, tuttavia, la normativa non è esente da ombre. I criteri per i regolamenti del Governo sono troppo ampi; è previsto un ruolo attivo delle Regioni che, come detto, non  sono sempre pro-liberalizzazioni e i termini per la realizzazione (31 dicembre 2012) sono tremendamente vicini e non si vedono risultati”. D’Alberti non dimentica di suggerire un’altra ‘mossa’ che il Governo potrebbe mettere in pratica: istituire una Commissione tecnica che abbia il compito di individuare tutte le norme anticompetitive.

I risultati, gli effetti. Ecco il vero nodo centrale del processo di liberalizzazione. Spesso, infatti, si lamenta la mancanza di effetti tangibili del processo di liberalizzazione. A fondo c’è una questione culturale. “Uno dei problemi è il fatto che le riforme propugnate da un’elite tendono a rimanere un corpo estraneo in un Paese disinteressato alla concorrenza” spiega Fabiano Schivardi, docente all’Università di Cagliari. “Nella percezione dei cittadini non è chiaro che la concorrenza sia un valore” aggiunge sottolineando un altro passaggio fondamentale: “Non è sufficiente solo legiferare ma occorre che il processo di liberalizzazione sia seguito nel suo sviluppo in quanto sono molteplici gli stadi in cui un processo legislativo può essere vanificato”.

A tal proposito, e soprattutto in relazione al grande ruolo delle Regioni, il prof. Schivardi ha preso ad esempio la riforma del commercio al dettaglio prevista con il decreto Bersani del 1998. “Obiettivo del provvedimento era la modernizzazione del settore del commercio e per raggiungerla si prevedeva che entro il 2000 le Regioni adottassero leggi regionali. Cosa è successo? E’ successo che tutte le Regioni – ad eccezione di Piemonte, Emilia Romagna e Marche – hanno messo limiti stringenti allo sviluppo della GDO”.

Di Valentina Corvino

Comments are closed.