Retribuzioni, Istat: a marzo ferme, +1,4% in un anno (meno di inflazione)

Se non si parla di consumi in calo, si parla di stipendi bassi. Quasi tutti i giorni, ormai, l’Istat ci fornisce dati negativi che ci ricordano il quadro dell’Italia. Oggi l’Istat ci dice che a marzo 2013 le retribuzioni sono rimaste ferme rispetto a febbraio, crescendo solo dell’1,4% su marzo 2012, quindi meno dell’inflazione che nonostante sia in frenata è all’1,6%. Codacons: “E’ dal 2002 che stipendi e pensioni non si adeguano al costo della vita”.

Su base annua, addirittura, le retribuzioni orarie contrattuali sono aumentate dell’1,8% per i dipendenti del settore privato, mentre sono rimaste ferme per quelli della PA. Alla fine di marzo 2013, secondo l’Istat, i contratti collettivi nazionali di lavoro in vigore per la parte economica corrispondono al 59,2% degli occupati dipendenti e al 55,7% del monte retributivo osservato. I settori che a marzo presentano gli incrementi tendenziali maggiori sono: alimentari bevande e tabacco (3,6%); tessili, abbigliamento e lavorazioni pelli (2,8%); acqua e servizi di smaltimento rifiuti (2,6%). Si registrano, invece, variazioni nulle per telecomunicazioni e in tutti i comparti della pubblica amministrazione.

Tra i contratti monitorati dall’indagine, a marzo sono stati recepiti gli accordi energia e petrolio, energia elettrica e quello della Rai, mentre nessun contratto è scaduto. Alla fine di marzo la quota dei dipendenti in attesa di rinnovo è del 40,8% nel totale dell’economia e del 23,4% nel settore privato. L’attesa del rinnovo per i lavoratori con il contratto scaduto è, in media, di 28,8 mesi per l’insieme degli occupati e di 16,2 mesi per quelli del settore privato.

Il Codacons ricorda che “è dal 2002 che stipendi e pensioni non sono più adeguate al reale aumento del costo della vita ed è per questa ragione che dopo 10 anni di erosione, in cui i risparmi sono stati progressivamente intaccati, ora i consumi stanno precipitando anche per i beni di prima necessità”.

“Il dato più sconcertante tra quelli resi noti oggi – aggiunge il Codacons – è quello secondo il quale la quota dei dipendenti in attesa di rinnovo è del 40,8% e l’attesa per i lavoratori con il contratto scaduto è, in media, di 28,8 mesi. Un’attesa inaccettabile. E’ evidente, infatti, che se le famiglie già sul lastrico devono attendere più di 2 anni per vedere i loro stipendi adeguati al costo crescente della vita, i consumi continueranno a scendere, le industrie di conseguenza non potranno tornare a produrre, se non per il mercato estero, ed i disoccupati ed i cassaintegrati resteranno tali. L’Associazione di consumatori fa due proposte al Governo Letta: la reintroduzione della scala mobile all’inflazione programmata (anche per i dipendenti pubblici e tutti i pensionati) ed il blocco,  almeno fino al 2015, di tutte le tariffe e gli aumenti previsti, dall’Iva alla Tares, dall’acqua al trasporto pubblico locale, dai pedaggi autostradali al canone Rai. Prima ancora di restituire le tasse già pagate, come l’Imu, sarebbe bene che almeno non ce ne fossero di nuove.

Federconsumatori e Adusbef sottolineano come il dato sulle retribuzioni sia l’ennesimo segnale di una situazione che sta degenerando di giorno in giorno, con una caduta del potere di acquisto delle famiglie che, nel biennio 2011-2012 è stata del -6,7%. Anche le due Associazioni chiedono al Governo di intervenire subito, ridando ossigeno alle famiglie ed all’economia significa, partendo da una detassazione, sia sul versante dell’IMU, abolendo quella sulla prima casa, sia su quello dell’IVA, eliminando il demenziale aumento a luglio (che, tra costi diretti ed indiretti, peserebbe sulle tasche degli italiani per oltre 200 euro annui a famiglia). Ma bisogna anche avviare un immediato piano di investimenti nei settori innovativi, facendo ripartire i finanziamenti per lo sviluppo tecnologico e la ricerca ed operare, contestualmente, un allentamento del patto di stabilità, particolarmente utile per rilanciare l’occupazione, in particolare quella giovanile. È solo attraverso il lavoro, diritto fondamentale di ogni cittadino e principio fondante della nostra Repubblica, che sarà possibile rilanciare il potere di acquisto delle famiglie.

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