Storie italiane. Vita da pendolare: ci vuole un fisico bestiale

Ferrovie dello Stato mi ha reso una donna migliore. Mi ha fatto capire che non ci sono limiti alle possibilità dell’essere umano e che il solo limite che una persona può avere è quella che viene dal proprio intimo, dalle proprie sovrastrutture, dalle proprie insicurezze. Ferrovie dello Stato mi ha fatto capire che sono in grado di superare gli ostacoli dell’esistenza sviluppando senso dell’organizzazione, spirito d’iniziativa, socializzazione, ironia e un po’ di sana autoironia. Mi ha reso una persona più socievole e più colta. Devo pubblicamente ringraziare l’amministratore delegato di Ferrovie dello Stato Mauro Moretti perché, viaggiando sui treni dei pendolari, ho scoperto di essere Wonder Woman e di avere un fisico bestiale.

Ci vuole un fisico bestiale, infatti, per sopravvivere al quotidiano rito del viaggio su un treno pendolare che, in soli 40 minuti di percorso (quelli promessi, non quelli effettivi), ti porti da casa a lavoro e da lavoro a casa. Il viaggio sul treno pendolari è una metafora perfetta della vita, dove non tutto è concesso, dove bisogna lottare per arrivare alle conquiste, dove le conquiste sono più apprezzate quando sono sudate – vuoi mettere, sudare per tutto il viaggio in piedi senza aria condizionata su un treno in ritardo di un’ora e dieci minuti su un percorso di 40 minuti: è un’esperienza che non ha prezzo.

Devo ringraziare Mauro Moretti perché, concentrando l’attenzione del gruppo sullo sviluppo dell’Alta velocità e ribadendo ogni volta che può che il trasporto ferroviario regionale non ha i soldi sufficienti per proseguire la sua attività, rende tutti noi pendolari consapevoli della precarietà dell’esistenza. Oggi il treno c’è, domani forse no, quindi tanto vale prenderla con filosofia e farsi quattro chiacchiere col vicino di posto, se si ha la fortuna di trovare un sedile libero, che sia stato appena oggetto di “restyling” (tradotto: rifoderato) e sia sfuggito alle grinfie degli altri viaggiatori inferociti. Devo ringraziare pubblicamente Ferrovie dello Stato perché ho scoperto di avere un gran fisico: sono in grado di viaggiare con l’aria condizionata gelida, mentre fuori fanno 40 gradi all’ombra, perché porto sempre in borsa un foulard ottimo per coprire la gola d’inverno e d’estate; sono in grado di sopportare il caldo umido di un treno superaffollato privo di aria condizionata perché tengo sempre in borsa una bottiglia d’acqua in grado di farmi evitare la disidratazione, e all’occorrenza di soccorrere qualcuno che sia preda di uno svenimento – FS mi ha aiutato a sviluppare senso civico e solidarietà nei confronti degli sconosciuti compagni di viaggio.

Ancora: ho scoperto di essere in grado di viaggiare in piedi, in equilibrio precario davanti alla porta dello scompartimento, coi gomiti del mio vicino puntati nella schiena e il braccio di un altro che mi pesa sulla testa, perché porto sempre con me un po’ di musica nel cellulare e un paio di cuffiette che mi fanno isolare dal mondo esterno. Il treno, l’ho sempre pensato, stimola la socialità, quindi sono grata a Ferrovie dello Stato perché i lunghi ritardi in partenza, o in arrivo, o durante il tragitto,  mi permettono di fermarmi nella folle corsa quotidiana e di scambiare quattro parole con le persone che mi circondano – un lusso che pochi si possono permettere nella corsa frenetica dell’oggi. FS, insomma, aiuta a coltivare la slow life.

Il treno è una fonte importante di arricchimento culturale personale. Perciò io sono grata a Ferrovie dello Stato perché le corse troppo lunghe e i ritardi mi permettono di leggere interi giornali e riviste, contribuendo alla mancata estinzione della lettura cartacea, e di perdere il senso del tempo immergendomi in un buon libro – cosa che sembra diventata fuori moda, fra un tweet di dieci secondi e l’ultimo aggiornamento su internet. Invece io ho scoperto Murakami Haruki e letto Kafka sulla spiaggia quasi tutto su un treno pendolare, anche in piedi, anche nello scompartimento fra una carrozza e l’altra (dove proprio non si deve sostare, raccomandano tutti quelli che non hanno mai preso un treno pendolare) quindi devo ringraziare Ferrovie dello Stato perché in quei giorni nessun ritardo riusciva a farmi alzare gli occhi dalle pagine del mio libro.

Devo ringraziare Ferrovie dello Stato perché ogni viaggio che faccio su un treno pendolari è un’avventura. Può capitare di arrivare in anticipo in stazione e di prendere un treno che viaggia con oltre un’ora di ritardo, stando rigorosamente in piedi, rifiutando orgogliosamente l’offerta maschile di un posto a sedere (cosa sempre più rara, a dir la verità) per scoprire che ci vuole allenamento, per sopportare tutto questo. Come ci vuole prestanza fisica per non soccombere al caldo e al freddo e al sovraffollamento. Devo ringraziare Ferrovie dello Stato perché mi ha fatto diventare una persona più organizzata (il che, stando a chi mi conosce, è tutto dire). Porto sempre con me una borsa migliore di quella di Mary Poppins, un vero kit di sopravvivenza che comprende acqua, foulard, frutta, snack, salviettine umidificate, crema mani, libro, giornale, penna, taccuino per appunti. L’unica cosa che mi manca, lo confesso, è un cacciavite per smontare i finestrini quando sono imbullonati e l’aria condizionata non funziona, ma temo che questo comportamento sia considerato illegale.

Ah, dimenticavo. In realtà una volta sono quasi crollata. C’era talmente tanta gente e talmente tanto caldo che volevo urlare, prendere a pugni qualcuno, prendere a calci la porta contro la quale ero schiacciata e uscire di corsa per respirare una boccata d’aria pura. Per fortuna ero quasi arrivata a destinazione. Per fortuna sono figlia di un ferroviere, quindi adoro i treni. Per fortuna Mauro Moretti non viaggia mai in mia compagnia. Avrei tante cose da raccontargli. Ma io sono Wonder Woman e non posso perdere tempo con lui.

 

di Sabrina Bergamini

twitter @sabrybergamini

3 Commenti a “Storie italiane. Vita da pendolare: ci vuole un fisico bestiale”

  1. marco ha detto:

    Prendo atto ma di privilegi ha parlato Lei.

    Se Lei ha letto le ho premesso di non voler fare polemica.

    Speriamo che qualcuno che legge mi sappia dire circa le condizioni di vantaggio dei ferrovieri IN PENSIONE.

    Sa, ho voluto precisare circa i treni regionali, giacchè le regioni, attraverso i contratti di servizio spendono i soldi con la fiscalità generale per i servizi di trasporto regionale.

    Allora diventa disdicevole (se questo verrà confermato da qualcuno) che un pendolare normale come Lei e altri paghino , ad esempio, 500 euro annui per una tratta 40 km a fronte di un collega viaggiatore che ne versa 30.

    Anche in termini di mancati introiti alle casse di chi deve poi fare investimenti e piange miseria per l’acquisto di treni nuovi la cosa stride.

    Grazie per la risposta e riaffermo la mia solidarietà già inizialemente proferita nei suio confronti.

  2. BS ha detto:

    Gentile lettore,
    i figli dei ferrovieri hanno diritto a un biglietto gratuito fino a 25 anni sulle tratte nazionali (ma alcuni supplementi si pagano). Io purtroppo i 25 anni li ho passati da un po’ di tempo. Il biglietto che pago mensilmente per intero ammonta a 91 euro. Fino a maggio costava 78 euro, poi è aumentato di ben 13 euro da un mese all’altro. Come vede, non sono affatto privilegiata. Come figlia di ferroviere, rivendico la necessità di un servizio ferroviario adeguato alle esigenze di una nazione moderna e sono consapevole che il treno va potenziato, per una serie di motivi sui quali non mi dilungo. E poi i treni mi piacciono, se non fosse per le condizioni in cui versano. Cordialità

  3. marco ha detto:

    Solidarizzo con Lei.

    Ma le chiedo: Lei come figlia di ferroviere paga i biglietti per intero come i figli dei non ferrovieri?

    Non è polemica ma mi risulta che i ferrovieri in pensione e loro familiari pagano una somma forfettaria di 30 euro l’anno e viaggiano sui treni regionali.
    Ci puo’ dare qualche delucidazione, se può?