Consiglio europeo vara Fiscal Compact ma senza Londra e Praga

Dopo circa otto ore di summit, ieri i capi di Stato e di Governo europei hanno approvato il nuovo fiscal compact e un piano per la crescita e l’occupazione. Poi si è parlato del nuovo fondo salva Stati Ems e della situazione della Grecia. L’Italia ha giocato un ruolo da protagonista.

Al via il fiscal compact, il nuovo patto di stabilità finanziaria Ue. Si chiama “Trattato intergovernativo sulla stabilità, il coordinamento e la governance nell’Unione monetaria ed economica” e prevede l’obbligo del pareggio di bilancio nel 2013 con l’introduzione di questa “regola d’oro” nelle Costituzioni nazionali o nelle legislazioni equivalenti. L’equilibrio è definito come un deficit strutturale (al di fuori degli elementi eccezionali e del pagamento degli interessi sul debito) ad un livello massimo dello 0,5% del Pil. Per i Paesi che hanno un debito al di sotto del tetto del 60% del Pil il margine di tolleranza sale all’1%. Il Patto prevede l’obbligo di rientrare verso il tetto del 60% del Pil al ritmo di 1/20 l’anno per la parte eccedente.

Sanzioni per chi sgarra. L’accordo prevede la possibilità sia per la Commissione europea sia per uno Stato membro di denunciare alla Corte di Giustizia europea uno stato che non rispettasse gli obblighi di bilancio. La Corte di giustizia Ue potrà imporre sanzioni fino a un massimo dello 0,1% del Pil, soldi che finiranno nelle casse del nuovo fondo salva Stati Ems. Le sanzioni potranno essere bloccate solo con una maggioranza qualificata contraria (85%).

Via libera anche al nuovo fondo salva Stati Ems ma solo per 500 miliardi. Accordo raggiunto anche sul via anticipato del Fondo salva Stati Esm che entrerà in vigore già a partire da luglio 2012. Ma l’aumento della sua potenza di fuoco da 500 a 750 miliardi di euro non sembra destinata a passare vista la ferma opposizione della Germania (l’Italia, insieme a Francia e Spagna, era favorevole). A poterne usufruire saranno solo i Paesi che avranno firmato il fiscal compact il cui inserimento nei trattati “dovrà avvenire entro 5 anni”, come ha affermato la Cancelliera Angela Merkel.

Londra e Praga non firmano. Al No palesato da settimane della Gran Bretagna, si è aggiunto ieri il rifiuto della Repubblica Ceca motivato con ragioni procedurali di “ratifica”. Le autorità di Praga hanno comunque fatto sapere che non è esclusa la possibilità di aderire in un secondo momento. La Polonia alla fine ha deciso di accettare nonostante le difficoltà emerse nel pomeriggio e spalleggiate dalla Slovacchia in merito alla partecipazione agli Eurogruppi per i Paesi non Euro. “La richiesta della Polonia di partecipare ai vertici dell’Eurozona ha l’obiettivo di tenere l’Europa unita”, ha detto il ministro delle Finanze di Varsavia, Jacek Rostowski. Il compromesso trovato vuole che i paesi non Euro possano partecipare ad almeno una riunione della zona Euro su tre, a quelle dove si parla di crescita e competitività.

Spingere crescita e competitività. Il Consiglio europeo ha anche approvato una dichiarazione congiunta su sviluppo e crescita che verte su tre punti saldi: stimolare l’occupazione, soprattutto per i giovani; completare il mercato unico; aumentare il sostegno finanziario all’economia, in particolare per le Pmi. “Negli ultimi mesi – si legge nella dichiarazione – ci sono stati timidi segnali di stabilizzazione economica, ma le tensioni del mercato finanziario continuano a smorzare l’attività economica e l’incertezza resta elevata. I governi si stanno adoperando con vigore per correggere gli squilibri di bilancio, ma servono ulteriori sforzi per promuovere la crescita e l’occupazione. Non ci sono soluzioni rapide”.

Non si è parlato di Grecia. Forse un summit apposito l’8 febbraio. Come ha confermato il Premier italiano Mario Monti all’uscita del summit, “non abbiamo parlato molto di Grecia”. Resta il problema delle perdite che i privati devono accettare per quanto riguarda i bond greci che devono essere risarciti entro il 20 marzo prossimo per un totale di 14,5 miliardi di Euro. Pomo della discordia tra Atene e i privati è la rendita dei bond greci a lunga scadenza (il governo la vuole massimo al 3,5%, le banche spingono per il 4%). Adesso restano dieci giorni di tempo per definire le perdite che gli investitori dovranno sopportare. In caso contrario il Paese sarà costretto al default per insolvenza. La proposta di “commissariare Atene” ventilata da Berlino i giorni scorsi è stata bocciata dal Consiglio come “inutile” e “offensiva”. Per parlare della Grecia, indiscrezioni danno come probabile un summit tutto dedicato ad Atene l’8 febbraio prossimo.

di Alessio Pisanò

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