In occasione della 41° Giornata mondiale dell’Ambiente,l’Inea (Istituto Nazionale di Economia Agraria) ha organizzato un momento di confronto sul tema dello spreco alimentare e delle eccedenze lungo tutta la filiera agroalimentare. Ad aprire i lavori il vice ministro alle Politiche agricole, Andrea Olivero: “Milioni di persone faticano a garantirsi un’alimentazione corretta e questo ci obbliga a cercare delle soluzioni concrete e che il problema assurga a livello mondiale”.
Secondo la Commissione Europea oggi in Europa si buttano nel cassonetto 89 milioni di tonnellate all’anno, vale a dire 179 kg pro-capite). Se non si interviene si stima che nel il 2020 si arriverà a  126 milioni di tonnellate (un aumento del 40%). Come si è arrivati a questo punto? Il Vice ministro ha ricordato i grandi errori del passato, in primis “le calmierazioni dei prezzi  tramite la distruzione delle derrate”. E’ stato una “grande disastro culturale”, ha precisato Olivero.
Tra gli esperti al tavolo uno degli uomini simbolo della lotta allo spreco alimentare: Andrea Segrè è fondatore e presidente di Last Minute Market, spin off dell’Università di Bologna e coordinatore del Gruppo di Lavoro di prevenzione dello spreco alimentare presso il Ministero dell’Ambiente. Segrè ha ricordato come proprio lo scorso 5 febbraio sia stata istituita la prima Giornata nazionale contro lo spreco alimentare e avviato il PINPAS, Piano Nazionale di Prevenzione dello Spreco Alimentare. “Il PINPAS – ha dichiarato Segrè – non potrà mai funzionare appieno finchè non ci sarà la collaborazione con tutte le istituzioni . Con l’aumento dei rifiuti alimentari il cibo ha perso il suo valore”. Per questo il professore ha voluto porre all’attenzione una fra le tante proposte da lui avanzata, quella di una “educazione alimentare e ambientale scolastica. E’ dalla famiglia e dalla scuola che bisogna ripartire. E’ inoltre necessario facilitare il recupero e la legge del buon samaritano ne è stato un esempio di questo processo”.
Le conseguenze del troppo cibo nei rifiuti sono molteplici. “Il primo danno è ambientale, soprattutto un termini di uso del suolo visto che il 60% del terreno è impiegato per produrre qualcosa che poi va gettato – ha affermato Carlo Alberto Pratesi, dell’Università Roma Tre – Vi è poi un impatto economico e sociale. Basti pensare che dal raccolto al consumo i prodotti agricoli rischiano di perdere fino al 57% delle calorie”. Azioni e soluzioni sono necessarie così come l’individuazione delle cause. Nel corso della mattinata si sono analizzate le motivazione delle perdite nella fase di produzione, conservazione e distribuzione agricola. “L’Istat ha stimato che nel 2011 i residui agricoli in campo (differenza tra produzione totale e raccolto, ndr) ammontavano a 13 milioni di quintali –ha spiegato  Francesca Giarè, dell’Inea – Per ridurre gli sprechi nella fase della produzione di ortofrutta è necessario migliorare la capacità di programmazione della produzione come le tecniche stesse, promuovere la collaborazione tra produttori e consumatori , favorire forme aggregative tra imprese e rimuovere ostacoli a livello territoriale come la carenza di infrastrutture”.
Non meno sono gli sprechi sul fronte della conservazione dal momento in cui il prodotto esce dall’azienda agricola allo scaffale del punto vendita. Si tratta di un tratto di filiera con passaggi molto delicati, con “modificazioni di ambiente e di persone che manipolano il prodotto”, ha detto Cristiana Peano, professoressa, Dipartimento di Colture Arboree dell’Università di Torino. “L’innovazione tecnologica – ha proseguito – è infatti presente nel processo produttivo di un frutto o di un ortaggio su più fronti, ma trova centralità e vien funzionalizzata in modo importante nella fase di magazzino che si delinea come punto chiave attraverso cui il prodotto fresco può arrivare sulla tavola del consumatore soddisfacendo i requisiti desiderati”.
 A cura di Silvia Biasotto

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