Spiagge libere

Spiagge libere, come gestirle in tempi di Covid

Se trovare una spiaggia libera sembra spesso un’impresa, è perché le spiagge libere in alcune regioni sono davvero poche. In media, in tutta Italia, si trovano a libero accesso meno della metà delle coste sabbiose, ma in Liguria e in Emilia Romagna solo il 30% del litorale è free. Quasi il 10% delle coste, poi, è vietato alla balneazione per problemi di inquinamento. E questo significa che «complessivamente nel nostro Paese la spiaggia libera e balneabile si riduce mediamente al 40%», denuncia Legambiente nel rapporto Spiagge 2019.

 

Spiaggia libera, un miraggio

Qual è lo stato di salute ambientale e turistico delle coste italiane e il diritto di accesso alla spiaggia libera? «Parliamo di un Paese – dice l’associazione ambientalista – dove le spiagge libere sono spesso un miraggio, quelle presenti sono il più delle volte di serie B e poste vicino a foci dei fiumi, fossi o fognature dove la balneazione è vietata. A ciò va aggiunto l’impatto che ormai i cambiamenti climatici, l’erosione e il cemento selvaggio stanno avendo sulle coste ridisegnandole, il problema dell’inquinamento, l’accessibilità negata e quello delle concessioni senza controlli».

Ma non è tutto da bocciare. In questi anni, dice ancora Legambiente, i litorali contano «un grande fermento green che punta, in maniera sempre più concreta, sulla sostenibilità ambientale, su un impegno plastic-free e sulla difesa della biodiversità».

 

 

spiaggia con ombrellone

 

I numeri delle concessioni…

In Italia sono 52.619 le concessioni demaniali marittime, di cui 11.104 sono per stabilimenti balneari, 1.231 per campeggi, circoli sportivi e complessi turistici, mentre le restanti sono distribuite su vari utilizzi. Complessivamente si può stimare, dice Legambiente, che le sole concessioni relative agli stabilimenti e ai campeggi superano il 42% di occupazione delle spiagge, ma se si aggiungono quelle relative ad altre attività turistiche si supera il 50%.

In Liguria ed Emilia-Romagna ad esempio quasi il 70% delle spiagge è occupato da stabilimenti, in Campania è il 67,7%, nelle Marche il 61,8%. In alcune aree il continuum di stabilimenti assume forme incredibili, come in Versilia, dove sono presenti 683 stabilimenti sui 1.291 dell’intera regione.

OItre ad avere poco spazio per i tuffi liberi, ci sono poi le situazioni di illegalità che riguardano le coste, come il caso di Ostia, nel Comune di Roma, o quello di Pozzuoli dove muri e barriere impediscono di vedere e di accedere al mare, o di dune sbancate nel Salento per realizzare parcheggi e tirare su stabilimenti balneari.

… e i problemi di inquinamento

Inoltre, aggiunge Legambiente, quasi il 10% delle coste è interdetto alla balneazione per ragioni di inquinamento. In Veneto oltre un quarto della costa è in queste condizioni, mentre in Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Sicilia, Lazio oltre il 10% della costa rientra in questa categoria. Se si considerano i tratti di costa non balneabili, un ulteriore 9,5% della costa risulta non fruibile.

Il risultato è che complessivamente nel nostro Paese la spiaggia libera e balneabile si riduce mediamente al 40% con situazioni limite in Emilia-Romagna, Campania, Marche, Liguria dove diventano difficile da trovare le spiagge al contempo libere e balneabili.

Altro grande tema è quello dei canoni concessori, con situazioni paradossali che fanno registrare il pagamento di canoni demaniali bassissimi per concessioni spesso molto remunerative (spesso meno di 2 euro a mq all’anno). Nel complesso nel 2016 lo Stato ha incassato poco più di 103 milioni di euro dalle concessioni a fronte di un giro di affari stimato da Nomisma in almeno 15 miliardi di euro annui.


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