Giusto venti anni fa il vino italiano fu coinvolto nel più grave scandalo della sua ultramillenaria storia. Da allora c’è stato un cambiamento radicale, grazie all’impegno dei produttori. E oggi si può parlare di pieno riscatto della qualità, ma il settore deve superare ancora altre prove e difficoltà. E’ il commento della Cia (Confederazione italiana agricoltori), ricordando quei tragici eventi e commentando favorevolmente il buon andamento, nell’ultimo anno, delle esportazioni vinicole italiane che, con quasi 15 milioni di ettolitri, si avviano ad eguagliare i 16,5 milioni di ettolitri del 1985, mentre erano cadute a circa 10 milioni nel 1986.

L’allora ministro all’agricoltura del governo Craxi, Pandolci – ricorda in una nota la confederazione – sperimentò per primo il lavoro di concertazione tra la pubblica amministrazione e le rappresentanze organizzate della filiera produttiva, riunendo in modo permanente le categorie interessate ed emanando norme urgenti e condivise per fronteggiare la situazione. Fra l’altro si posero le basi per superare l’emergenza, dare speranza ai produttori di poter superare il delicato momento e certezza ai consumatori italiani e stranieri di potersi rivolgere al nostro vino con fiducia e sicurezza. Il Parlamento stanziò 50 miliardi di lire per il rilancio, in Italia e sui principali mercati esteri, del nostro vino e le organizzazioni agricole, cooperative, industriali e del commercio diedero compatte vita ad un organismo di filiera che si incaricò di porre le basi della rinascita del vino italiano e della ristrutturazione della sua struttura produttiva.

Tuttavia – continua la Cia – il settore, da allora, si è profondamente modificato e, sebbene sia riuscito a risollevarsi, ha lasciato sul campo centinaia di migliaia di ettari di vigneto, erano circa 1.050.000 nel 1985 e poco più di 700 mila nel 2005; centinaia di migliaia di aziende viticole, erano 1.150.000 nel 1985 e 750 mila nel 2005; decine di litri pro-capite annui nei consumi, erano 80 a testa nel 1985 e sono scesi a poco più di 50 a testa nel 2005 e milioni di ettolitri di produzione annua, era poco più di 60 milioni nel 1985 ed è stata circa di 50 milioni nel 2005.

Di contro, però, il vino Piemonte è stato nel frattempo riconosciuto Doc, quindi con una garanzia di tracciabilità di gran lunga superiore a quello da tavola; i vini con origine geografica (Docg -Denominazione di origine controllata e garantita, Doc-Denominazione di origine controllata e Igt-Indicazione geografica tipica, rappresentano ormai i due terzi della produzione totale, mentre allora non erano neppure il 20 per cento; le aziende si sono specializzate ed hanno investito molto in qualità; sono nate nuove professionalità di filiera e soprattutto si è fatta strada la consapevolezza che il settore è prezioso per l’intera economia nazionale.

Per la confederazione dopo un periodo di buoni risultati, oggi la vitivinicoltura nazionale, arranca con difficoltà nella sua innovazione, nella competitività mondiale e nella valorizzazione, in Italia e all’estero, della sua tipicità. E sono questi i temi -conclude la Cia- sui quali la pubblica amministrazione e la filiera dovranno ritrovare una sintesi condivisa per il necessario neorinascimento del vino italiano, senza aspettare nuove deprecate emergenze.

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