Con oltre 40 miliardi di euro al consumo, per oltre il 60% riconducibili alla filiera lattiero-casearia e per la restante quota appannaggio del sistema carni, la zootecnia bovina conferma il suo ruolo primario nel settore agroalimentare nazionale. Questo, in sintesi, lo scenario che emerge dai Rapporti 2005 "Il mercato del latte" e "Il mercato della carne bovina", presentati oggi a Roma dall’Ismea (Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare). I rapporti sono stati svolti in collaborazione con il Ministero delle Politiche Agricole e Forestali, l’Aia (Associazione Italiana Allevatori) e la Smea (Alta scuola in economia agro-alimentare, Università Cattolica del Sacro Cuore).

Dal Rapporto sul mercato della carne bovina è emerso un trend generale dei consumi, nel 2004, in flessione, riproponendo lo scenario negativo degli ultimi anni. Lo studio sottolinea come "le ripetute emergenze sanitarie hanno indubbiamente contraddistinto l’ultimo decennio, provocando una vera e propria crisi di fiducia dei consumatori nei confronti della carne bovina ed in generale verso tutte le carni. Il cambiamento nelle abitudini alimentari degli italiani ha invece indotto una maggiore attenzione nella scelta delle carni, ed soprattutto verso quelle tipologie al centro di vicende più ampiamente enfatizzate dai media". In particolare, nel 2004 si è registrata una contrazione del 2,4% dei consumi di carne bovina, che si sono attestati intorno ai 24 Kg pro capite annui, 0,8 kg in meno rispetto al 2003. "Il 2004 – ha commentato il presidente dell’Ismea, Arturo Semerari – si è rivelato un anno difficile, caratterizzato da un calo della produzione nazionale, scesa ai minimi dalla metà degli anni Novanta, da una caduta dei prezzi e soprattutto da una nuova inversione di rotta dei consumi, che dopo la ripresa del 2003 sono tornati a scendere, riproponendo lo scenario negativo dell’ultimo decennio". Nel rapporto si legge che la carne bovina, sia fresca che congelata, ha evidenziato un incremento tendenziale dei prezzi (2,3%) analogo a quello generale (2,2%) e , comunque, superiore alla tendenza registrata dalla maggior parte delle altre carni (+0,5% suina, +0,8% carni preparate e conservate, +1,6% salumi e insaccati e +3,7% pollame).

Nella filiera lattiero casearia "l’analisi sulla catena del valore – ha spiegato Semerari – ha confermato l’ulteriore crescita dei margini della distribuzione, a scapito soprattutto della componente industriale. Il valore della materia prima cresce lungo la catena produttivo-distributiva di quasi 5 volte raggiungendo al consumo la cifra di 23 miliardi di euro". Per quanto riguarda il consumo domestico di latte, il 2004 segna una diminuzione e, pur considerando il canale extra-domestico con l’abitudine di fare colazione fuori casa, resta valida la convinzione di un mercato ormai maturo. Una ripresa dei consumi è stata invece registrata nella prima metà del 2005: aumenti prossimi al 3% sono stati rilevati per la maggior parte dei derivati del latte, che sembrano favoriti anche da riduzioni dei prezzi medi al dettaglio. Per tutte le categorie considerate dal rapporto, ad eccezione del latte alimentare, l’espansione degli acquisti si concentra in pochi canali di vendita, in particolare nei discount.

L’indice dei prezzi al consumo dei prodotti lattiero-caseari (1,2%) – si legge nel rapporto – è cresciuto, ma meno dell’indice generale e di quello degli alimentari(2,2%). All’interno della categoria resta invariata la situazione per il latte e il burro, mentre il segmento dei formaggi mostra una dinamica dei prezzi al consumo migliore, con una variazione del relativo indice del 2,1% perfettamente in linea con quella degli alimentari. Tuttavia, i dati del primo semestre 2005 mostrano una stabilizzazione dei prezzi al dettaglio per tutti i prodotti alimentari e per i derivati del latte con una variazione del valore dell’indice pari, rispettivamente, al -0,1% e al +0,1%. Leggermente diversa la situazione per i formaggi, che segnano una variazione dello 0,4% dell’indice dei prezzi al consumo, e per il burro, per il quale si ha una variazione negativa dello 0,5%.

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