Il dissesto idrogeologico non può essere attribuito ad eventi esclusivamente naturali o solo alle intemperanze del clima ma, anche e soprattutto, a un modello di sfruttamento intensivo e poco programmato del territorio. E’ il messaggio lanciato da Legambiente in occasione della presentazione del Dossier "La difesa del suolo in Italia" oggi a Roma. Si è trattato di uno studio tramite cui l’associazione ambientalista ha analizzato i fenomeni di dissesto idrogeologico che negli ultimi anni hanno caratterizzato il nostro Paese.

"L´urbanizzazione diffusa e caotica, la proliferazione di centri urbani, i siti produttivi e le infrastrutture varie – ha sottolineato Francesco Ferrante, Direttore Generale di Legambiente – hanno causato una forzata canalizzazione e artificializzazione dei corsi d´acqua rendendo fragilissimo il territorio. E il fenomeno è stato aggravato dall´abusivismo edilizio, dall´estrazione illegale di inerti dagli alvei fluviali, dall´agricoltura intensiva con le opere di presa e di difesa degli argini".

Lo studio ha evidenziato come, nel decennio 1991- 2001 in Italia si sono verificati 12mila frane e oltre mille piene. La superficie nazionale interessata da rischi idrogeologici legati a frane e alluvioni è pari al 7,1% del totale. I comuni a rischio di frane e alluvioni sono ben 5.581, il 70% del totale. Calabria, Umbria, Valle d’Aosta sono regioni in cui il 100% dei comuni è a rischio, seguite da Lombardia(99%) e Toscana(98%). Soltanto i principali eventi alluvionali dal 1993 hanno causato 343 vittime, con danni economici per oltre 10 miliardi di euro. La questione del rischio idrogeologico e il degrado dei corsi d’acqua sono dunque un problema prioritario. L’esposizione al rischio di frane e alluvioni è molto elevata e costituisce un problema di grande rilevanza sociale, sia per il numero di vittime che per i danni prodotti alle abitazioni, alle industrie e alle infrastrutture. Due comuni su tre svolgono complessivamente un lavoro negativo di mitigazione delle alluvioni e frane, il 36% non fa praticamente nulla per la sicurezza del territorio.

Quasi l’80% delle amministrazioni comunali possiede un piano d’emergenza da mettere in atto in caso di frana o alluvione, anche se oltre la metà non lo ha aggiornato negli ultimi anni, rendendolo così uno strumento spesso inutilizzato in situazioni di calamità. Per far fronte a tutto questo la legge 183/89 proponeva l’interazione tra salvaguardia dei beni ambientali, difesa del suolo e pianificazione generale del territorio e il coinvolgimento di diversi settori disciplinari e istituzionali. Se questa ha rappresentato un punto fondamentale per il riassetto delle competenze e dei poteri in materia di difesa del suolo, i risultati sono però stati modesti. Con la legge vennero istituite le Autorità di Bacino nazionali che hanno il compito di redigere il piano di bacino come strumento di gestione della risorsa idrica e la prevenzione e la mitigazione del dissesto idrogeologico.

Legambiente si è soffermata poi sui ritardi nell´iter di approvazione dei piani per l´assetto idrogeologico (PAI): soltanto 14 Autorità di bacino (il 37%) hanno approvato il PAI e solo 6 (16%) lo ha adottato. Per il 47% delle Autorità di bacino rimane ancora tanta strada da fare per un´efficace pianificazione sul rischio idrogeologico. Se da una parte le Autorità risultano in netto ritardo sulle scadenze previste dalla legge anche il Governo nazionale ha le sue responsabilità. E´ mancata infatti finora una volontà politica di indirizzo che si concretizzasse anche in un adeguato stanziamento di fondi: il piano degli interventi, secondo il Ministero dell´ambiente, Altero Matteoli, richiede infatti finanziamenti per 40 miliardi di euro ma dal 1990 ad oggi ne sono stati stanziati solo 5. Venendo alle misure per uscire dall´emergenza per l’ Associazione l´obiettivo più urgente resta quello di assicurare con rapidità a tutto il territorio nazionale una tutela unitaria ed uniforme, con riferimento specifico ai fenomeni idrogeologici. Arginature, briglie e dighe devono lasciare il posto a politiche di gestione cogenti che abbiano come obiettivo la rinaturalizzazione dei fiumi e l´uso del suolo come difesa dalle acque e delle acque.

"In Italia è evidente il dissesto idrogeologico – ha dichiarato il Ministro dell’Ambiente – che interessa circa il 10% del territorio nazionale. Sia la Legge 183/89 che la legge Galli hanno dato pochi risultati e le risorse spese dal Governo in questi 5 anni non sono state sufficienti per mettere il territorio in sicurezza. Negli anni scorsi si è legiferato molto nei momenti di emergenza: la legge delega mira a snellire le procedure e a rendere al tempo stesso più efficaci i controlli. Poichè gli stati di calamità richiedono lo stanziamento di fondi ingenti è necessario reperire al più presto le risorse per difendere il suolo e prevenire le catastrofi."

 

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