Al settore dei trasporti è imputabile il 26% delle emissioni totali di anidride carbonica, e questa quota va poi ripartita tra le auto private (57%), i mezzi pubblici e commerciali (36%), i motocicli (4%) e gli altri vettori. Questi i dati diffusi dall’Aci (Automobile Club Italia) a un anno dopo l’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto, nel corso del il XVII Convegno Tecnico in programma il 16 e 17 febbraio a Roma.

Oltre che sulle emissioni di CO2 al centro del protocollo di Kyoto, l’Aci sollecita maggiore chiarezza anche su altri fattori inquinanti. Per quanto riguarda il PM10, ad esempio, ai trasporti è imputabile meno della metà (il 49%) del totale nell’aria, e le auto a benzina (oltre 24 milioni in Italia) generano quantità ininfluenti di PM10 rispetto ai diesel e ai ciclomotori a due tempi.

Più che intervenire con provvedimenti restrittivi sulla mobilità, secondo l’organizzazione, vannostudiati strumenti fiscali improntati al principio del "chi inquina paga". Questi porterebbero vantaggi all’economia e all’ambiente, consentendo ai cittadini risparmi sull’acquisto e la gestione di veicoli a minore impatto ecologico.

Al di là dei provvedimenti tecnici e delle normative, l’Aci richiama l’attenzione su un altro tema: l’ambiente è un valore per tutti, e la sfida ambientale si vince sul piano etico prima ancora che economico e sociale. Per questo l’Automobile Club d’Italia ha proposto un Manifesto etico con cui punta a promuovere il valore della mobilità responsabile attraverso una sintesi superiore tra la mobilità intesa come "espressione di libertà personale" e la mobilità "espressione delle relazioni con l’ambiente circostante".

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