A un anno dall’entrata in vigore del protocollo di Kyoto, avvenuta il 16 febbraio dello scorso anno, l’Italia è in netto ritardo sulla sua applicazione. In pratica poco o nulla si è fatto, mentre il nostro Paese ha superato del 12 per cento i livelli di emissioni nazionali di gas serra rispetto al 1990. A fronte di un impegno di riduzione del 6,5 per cento rispetto ai valori del 1990, la strada da percorrere appare lunga e complessa senza uno sforzo concreto da parte di tutte le forze in gioco e in particolare degli attori istituzionali. In tal senso le organizzazioni (Greenpeace, Ises Italia, Issi, Kyoto Club, Legambiente, Wwf, Anev, Acli Anni Verdi, Aiab, Aiel , Anab, Aper, Assolterm, Cia-Confederazione italiana agricoltori, Coldiretti, Fiper, Itabia, Rete Lilliput, Sinistra Ecologista) che hanno promosso e sottoscritto il "Patto per Kyoto", una piattaforma di azioni concrete per l’attuazione del protocollo in Italia, hanno rivolto un appello alle liste che si presenteranno alle prossime elezioni politiche perché dichiarino esplicitamente il proprio impegno in tal senso.

I mutamenti climatici sono in atto, lo dimostrano numerosi e autorevoli studi scientifici. Servono soluzioni radicali, e servono subito. La nostra economia, più ancora che nel resto dell’Europa, continua a basarsi su logiche non sostenibili, fuori da ogni prospettiva di cambiamento del sistema energetico verso una minore dipendenza dalle fonti fossili. Eppure una politica orientata su quattro direttrici a forte potenziale di riduzione dei gas climalteranti -il miglioramento dell’efficienza energetica negli usi civili ed industriali, lo sviluppo delle fonti rinnovabili, la qualificazione energetica dell’edilizia e la mobilità e trasporti sostenibili- avrebbe effetti positivi non solo sul terreno ambientale, in un momento in cui gli alti e crescenti prezzi del greggio creano uno svantaggio competitivo per l’Italia: consentirebbe la creazione di centinaia di migliaia di posti di lavoro, la riduzione della nostra dipendenza energetica dall’estero, con un conseguente stabilizzarsi dei prezzi dell’energia e del carico inflattivo che essa ha sull’economia, la riduzione dei "costi esterni" a carico del servizio sanitario nazionale e dello Stato.

Tra i passi da compiere, uno di estrema importanza è arrestare la tendenza costante ad accentrare la produzione energetica in grandi impianti. In particolare, una scelta su cui puntare è la generazione distribuita in impianti di piccole e medie dimensioni capaci di recuperare calore e, dunque, di conseguire rendimenti superiori alle centrali tradizionali, che avrebbe anche il vantaggio di creare sul territorio una rete flessibile, vicina all’utenza, di facile espansione e dalle prolifiche potenzialità di mercato in vista dell’imminente liberalizzazione del settore, anche per le utenze private.

Le altre due "gambe" di un politica dell’energia veramente innovativa sono: il risparmio energetico, promuovendo l’efficienza energetica dell’involucro edilizio attraverso una corretta progettazione e l’innovazione tecnologica orientata a tale scopo; dall’altra l’adozione di misure d’incentivazione che favoriscano, da una parte, lo sviluppo delle nuove fonti rinnovabili, che, come dimostrano vari esempi europei, possono arrivare a soddisfare quote significative della domanda energetica.

Le proposte del "Patto per Kyoto"

Efficienza energetica
Con opportune misure di risparmio è possibile ridurre ogni anno la domanda energetica di almeno il 2 per cento per il settore privato e del 3 per cento per il settore pubblico. Più volte è stato sottolineato quanto un chilowattora risparmiato abbia costi nettamente minori di un chilowattora prodotto, persino escludendo i costi ambientali e sociali esterni causati dall’impianto generativo. Occorre un forte impegno per la valorizzazione delle soluzioni ecocompatibili: incentivi, campagne di informazione, legislazione e regimi fiscali ad hoc, certificazione energetica degli edifici, sono solo alcuni degli strumenti a disposizione. Il settore residenziale in Italia mostra potenziali di risparmio energetico fino al 50 per cento con notevoli benefici ambientali ed economici. Protocolli di intervento garantiti, che assicurino tempi di ammortamento brevi ed efficacia dei risultati, sono ormai diffusi in tutta Europa. Lo standard GreenLight, ad esempio, permette di ridurre del 30 per cento i consumi rispetto alle tecnologie standard di illuminazione, recuperando l’extracosto in meno di 4,7 anni.

Biomasse
Le biomasse costituiscono un’ opportunità per la produzione "pulita" di energia e carburanti, anche se molto dipende da come l’energia viene prodotta. Fatta salva, infatti, quella parte di biomasse, soprattutto quelle umide, da destinare al compostaggio di qualità e al successivo impiego agronomico, fondamentale per fissare al suolo rilevanti quantità di carbonio, la loro trasformazione in biocarburanti e, soprattutto, in combustibile per la produzione di energia elettrica e calore, può fornire un importante contribuito per la riduzione delle emissioni di anidride carbonica in atmosfera, a patto che gli impianti siano dimensionati in maniera tale che la biomassa necessaria ad alimentarli sia reperita nel raggio di poche decine di km: l’eccessiva movimentazione peggiora sensibilmente il bilancio energetico-ambientale. L’uso delle biomasse per la produzione di energia elettrica dovrà prevedere la cogenerazione e riguardare sia le biomasse appositamente coltivate, soprattutto quelle ad elevata capacità di assimilazione di anidride carbonica e a bassa umidità, sia gli scarti agro-forestali, il cui prelievo deve avvenire in maniera sostenibile, in particolare vietando l’utilizzo di biomasse provenienti da foreste primarie.

Solare fotovoltaico
L’Italia ha una potenza installata di circa 28 volte inferiore a quello della Germania, nonostante l’Italia goda del 50 per cento in più di insolazione annua. La superficie di tutti tetti esistenti in Italia ammonta probabilmente a circa 1500-1700 km2 ovvero 0,5 per cento del territorio nazionale. Usando tutta questa superficie per il solare fotovoltaico (FV) si arriverebbe – con la tecnologia attuale – a produrre circa 200 TWh/anno, ovvero a coprire oltre 2/3 dell’intero fabbisogno elettrico italiano. Tuttavia, non sarà necessario coprire tutti i tetti italiani con il solare FV, anche perché, in futuro, l’efficienza della tecnologia FV è destinata a crescere: con la stessa superficie riusciremo a produrre più energia (probabilmente il doppio a medio termine).
L’introduzione del conto energia, con la pubblicazione del DM 28 luglio 2005 e del successivo decreto in via di approvazione, oltre che della delibera 188/2005 dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas, apre in Italia una nuova stagione per il fotovoltaico. Le crescite record del settore continuano da una decina di anni ed oltre, e in Germania e Giappone il FV ha successo perché i relativi governi hanno deciso di "investire nel futuro" e nello sviluppo della propria industria stimolando la domanda interna, con il beneficio di maggiori introiti per l’industria e di creazione di posti di lavoro.

Solare termico
La tecnologia del solare termico per la produzione di acqua ad uso domestico e il riscaldamento degli ambienti è ormai matura, affidabile e dai costi contenuti. Ma l’Italia continua ad essere in questo settore in notevole ritardo tra i Paesi dell’Unione Europea. Germania, Austria e Grecia hanno avuto negli ultimi anni tassi di crescita importanti: ad esempio, nel 2004 in Germania sono stati installati collettori pari ad una superficie di 750.000 m²; in Austria e Grecia l’installato è stato di circa 180.000 m², in Italia solo 65.000 m2. Oggi in Germania sono installati 5,8 milioni di m2 di collettori (par
i a 4.040 MW termici). In Italia si stima siano installati ad oggi 550.000 m2 in totale, mentre occorrerebbe almeno raggiungere gli obiettivi indicati dal Libro Bianco italiano, che prevede 3 milioni di m2 installati al 2010. In Italia abbiamo ancora 8 milioni di scaldabagni elettrici installati (il sistema a peggiore rendimento per il riscaldamento di acqua per usi sanitari).

Eolico
L’energia eolica è la fonte energetica in maggiore crescita a livello mondiale con una potenza installata di oltre 43.000 Megawatt. L’Italia con 1.600 MW installati evidenzia ancora forti ritardi nei confronti di molti Paesi europei che hanno raggiunto risultati straordinari di crescita in questi anni attraverso una chiara politica industriale e territoriale. In Germania sono stati installati in pochi anni oltre 17.000 MW, in Spagna oltre 9.000, in Danimarca 3.200. Per contribuire alla diffusione degli impianti eolici nel territorio italiano occorrono regole chiare di sviluppo degli impianti, indirizzi di tutela ambientale e paesaggistica che tuttora non esistono a livello nazionale. Questa prospettiva permetterebbe di definire nelle diverse regioni obiettivi di sviluppo degli impianti eolici, rendere trasparente il processo e la valutazione dei diversi progetti.

Mobilità sostenibile
La costante crescita del traffico su gomma sta determinando un rilevantissimo aumento delle emissioni di anidride carbonica del settore trasporti. Tra il 1990 e il 2002 la CO2 è cresciuta del 23,9 per cento. L’Italia ha il più alto numero di auto per abitante in Europa e il settore trasporti contribuisce per circa il 25 per cento al totale delle emissioni di gas serra del Paese.
Nei costi di trasporto non sono inoltre considerati l’insieme delle conseguenze e dei costi esterni ambientali, sanitari e territoriali determinati dal traffico su gomma. A livello locale deve essere incentivato un modello di mobilità urbana sostenibile che riduca le esigenze di spostamenti su gomma, che favorisca tutte le modalità alternative all’auto (pedonali, ciclabili, ecc.) e rilanci il trasporto pubblico nel quadro di una attenta pianificazione delle funzioni e degli insediamenti, impedendo il consumo di nuovi suoli. Sono necessarie anche modifiche strutturali alle politiche: 1) utilizzare le risorse finanziarie indirizzate alla viabilità per la manutenzione e la messa in sicurezza di strade esistenti, limitando la costruzione di quelle nuove; 2) reindirizzare gli investimenti infrastrutturali a favore dei trasporti pubblici su ferro ed acqua; 3) promuovere partenariati tra soggetti istituzionali, operatori e associazioni al fine di sviluppare la progettualità e l’attuazione delle misure; 4) integrare le politiche settoriali (trasporti-territorio-ambiente) e gli strumenti di pianificazione (Prg, piani del traffico e della viabilità, piani di risanamento ambientale ed acustico); 5) costruire il consenso attorno alle misure di sostenibilità, con strumenti di informazione, educazione e partecipazione della popolazione.


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