Lo spettro del 2003 incombe minaccioso sull’agricoltura del Nord Italia. La grave siccità, che ormai si registra da settimane tra il Piemonte, la Lombardia, l’Emilia Romagna, il Veneto e il Friuli Venezia Giulia a causa della scarsa disponibilità di acqua per le campagne e per risorse idriche, ricorda in maniera drammatica quell’anno "horribilis" che fece registrare all’agricoltura una perdita secca di oltre 5 miliardi di euro per la mancata produzione. E il disastro rischia di ripetersi. Oggi è, infatti, in pericolo un terzo dei raccolti di riso, cereali e mais, mentre sussistono forti timori anche per il pomodoro. A lanciare l’allarme è la Cia-Confederazione italiana agricoltori la quale ricorda che un’analoga situazione critica si sta avendo anche in Sardegna e manifesta una forte preoccupazione per le pesanti ripercussioni che si prospettano per i produttori.

La siccità, secondo i primi calcoli degli agricoltori, potrebbe causare danni pesantissimi alle produzioni tipiche della Pianura Padana e del Nord (mais, cereali, riso, soia, barbabietole). Anche per il pomodoro, soprattutto in Emilia Romagna, lo scenario non è dei più incoraggianti, specialmente nel momento di maturazione del prodotto. Gli agricoltori sono costretti ad utilizzare strutture irrigue che comportano pesanti spese, aggravando ulteriormente i costi di gestione, che sono già adesso abbastanza elevati. E tutto ciò potrebbe avere riflessi sul fronte dei prezzi destinati ad aumentare.

Per il momento -avverte la Confederazione- a farne le spese maggiori sono le risaie delle province di Pavia, di Novara e di Vercelli. Non meno rassicurante è la situazione sul fronte dei cereali, in particolare del frumento, mentre nel Sassarese, in Sardegna, sono a rischio molte colture foraggiere. Non è, però, solo il Po a preoccupare. Alcuni suoi importanti affluenti, come la Dora Baltea, l’Adda e il Ticino, e altri fiumi come l’Adige, il Tagliamento e l’Isonzo continuano a diminuire di livello. Causa: le scarse piogge dell’inverno e della primavera. E le alte temperature di questi giorni fanno il resto. E così lo scenario diventa sempre più desolante. Oltretutto -denuncia la Cia- alcune società concessionarie per la produzione di energia elettrica tengono chiusi i bacini delle Alpi di loro competenza e questo non permette la regolare erogazione dell’acqua che, pertanto, non più giungere alla pianura per l’irrigazione dei campi coltivati che diventano ogni giorno di più arsi.

Se normalmente in Italia si alternavano periodi siccitosi al Sud ed eventi calamitosi nel periodo autunno-inverno in zone estese di tutta la Penisola, oggi -avverte la Cia– si assiste ad una eccezionale stagione siccitosa che affligge gran parte del Bacino del Po. Ciò riconferma, se ce ne fosse stato bisogno, che i problemi legati all’acqua non sono più episodici e saltuari, ma sono ricorrenti e dunque di natura strutturale. Per questo la possibile soluzione alle crisi idriche sta, secondo la Cia, in una riorganizzazione complessiva del sistema, che va da un rinnovo, restauro e manutenzione della rete idrica, ad una diffusione di tecniche per il risparmio e la riutilizzazione delle acque di scarico depurate, ad una razionalizzazione degli Enti gestori degli acquedotti, ad una ricerca scientifica che favorisce la diffusione di colture meno idroesigenti.

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