Diego Della Valle aveva appena raccontato ai telespettatori il suo imbarazzo nutrito in ambienti finanziari internazionali, nei giorni della pubblicazione delle intercettazioni, perché l’immagine infangata dell’Italia che si trasmetteva all’estero era quella di un Paese senza regole e senza certezza del diritto. Cosicché si è palesato il contrasto tra il formalismo del Ministro Landolfi, peraltro già dimentico delle dichiarazioni di sfiducia che il Presidente del Consiglio aveva espresso nei confronti del Governatore dell’epoca, e la spontaneità dell’industriale marchigiano. Si è anche palesato da parte del Ministro quell’equivoco ed ambiguo "senso del rispetto per le istituzioni" che ha indotto una parte importante della classe dirigente del Paese a chiudere gli occhi per mesi su una vicenda assolutamente incredibile e perniciosa per l’immagine dell’Italia.

Lo scandalo BPI-Bankitalia è ancora troppo fresco per gli storici ma rappresenta indubbiamente il più grave scandalo finanziario della Repubblica Italiana perché ha visto coinvolta, per la prima volta (per quel che se ne sa), la stessa autorità di controllo del sistema bancario. È utile osservare come tra i soggetti che rimasero più incerti e defilati durante lo scontro istituzionale che coinvolse Bankitalia, Governo Italiano, Commissione Europea e Banca Centrale Europea furono proprio le banche, tra i soggetti in teoria maggiormente interessati ad un quadro di certezza del diritto ed al ristabilimento della credibilità del nostro sistema finanziario.

Di là degli aspetti tecnici che n’ostacolavano la rimozione, cosa ha consentito ad Antonio Fazio di restare in sella così a lungo nonostante il montare del più grave scandalo finanziario della Repubblica? In termini generali, direi che la causa è da attribuire alla cultura "minimalista" giuridico-finanziaria nazionale che tende a considerare i reati finanziari come peccati, in fin dei conti, veniali. Così, i gravi contenuti emersi dalle intercettazioni telefoniche vennero a lungo minimizzati da una lobby politico-finanziaria ben coordinata e, se ben si riflette, tutto il Paese è stato tenuto in scacco per mesi da un pugno di uomini.

Recentemente abbiamo avuto un altro esempio clamoroso delle conseguenze giudiziarie di questa cultura "minimalista" inerente i reati finanziari: il rag. Fausto Tonna, cervello dello scandalo Parmalat, è stato condannato a due anni e mezzo di carcere per un insieme di reati che vanno dal falso in bilancio, all’aggiotaggio all’ostacolo alla Consob. A parte il carcere preventivo, il rag. Tonna non ha fatto e non farà un solo giorno di carcere in quanto la sua pena è stata inferiore a tre anni. Nel processo contro Vanna Marchi il pubblico ministero ha chiesto per lei dodici anni di carcere. Giudicate se esiste una logica in questo quadro di pene comminate e richieste! Se la Marchi fosse stata sorpresa a rubare in un pollaio, forse il PM avrebbe chiesto per lei venti anni di carcere. Non me ne voglia il PM, è solo una metafora per spiegare che i "ladri di polli" possono essere puniti in maniera più severa dei responsabili di grandi crimini economici. Così, mentre il falso in bilancio ormai non conduce più al carcere, la prima stesura del disegno di legge Lettieri sulla regolamentazione degli analisti finanziari – contro cui mi battei strenuamente – prevedeva, a conferma della regola sui ladri di polli, persino il carcere per coloro che si fossero improvvisati analisti finanziari senza le dovute autorizzazioni.

Se volgiamo l’attenzione al sistema statunitense, c’imbattiamo in una realtà ben diversa. Bernard Ebbers, CEO di WorldCom (oggi MCI), è stato giudicato colpevole per associazione a delinquere a scopo di frode e falso in bilancio per aver architettato una gigantesca truffa contabile e, all’età di 63 anni, è stato condannato a 25 anni di reclusione. Una condanna eccessiva, tenuto conto dell’età dell’imputato? Non saprei esprimere un giudizio senza incertezze di tipo morale. Di certo la severità della giustizia americana contrasta con l’indulgenza della giustizia italiana nei confronti dei grandi crimini economici.

Il punto centrale per una riflessione di fondo è che reati finanziari gravissimi come quelli connessi allo scandalo Parmalat possono essere sanzionati in maniera assolutamente blanda, che questo riduce ai minimi termini l’effetto di deterrenza di eventuali condanne, con un impatto devastante sull’immagine di affidabilità del sistema finanziario e sulle sue risorse di rigenerazione.

Più in generale, questa pervasiva cultura "minimalista" nei confronti dei reati finanziari induce a nutrire atteggiamenti di tolleranza verso comportamenti gravissimi, come quelli tenuti da Antonio Fazio nella vicenda sull’opa su Antonveneta, e questo prescindendo da ogni più schiacciante evidenza degli abusi commessi..

 

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