Il Censis ha svolto per conto dell’Anifa (Associazione Nazionale dell’industria Farmaceutica dell’Automedicazione)un’indagine sul comportamento dei lavoratori italiani in caso di piccoli disturbi. Dalla ricerca risulta che il 46,6% degli italiani viene colpito spesso o frequentemente da piccoli disturbi (mal di testa, mal di schiena, problemi intestinali, raffreddori, tosse ecc.) e per oltre il 38% (il 41,6% tra le donne) che hanno un peso molto o abbastanza negativo per la vita di tutti i giorni .

L’indagine del Censis si è focalizzata inoltre sulle difficoltà che questi disturbi creano anche sul posto di lavoro ed in particolare sul numero delle ore e dei permessi che sono necessari per andare dal medico e risolverli: il 36,9% dei lavoratori italiani per andare dal proprio medico deve fare richiesta di un permesso al datore di lavoro (il 42,9% delle donne ha tale obbligo) e la durata del permesso per recarsi dal medico è pari, in media, a tre ore lavorative. Si tratta di un ammontare di ore lavorative che potrebbero essere recuperate se, in presenza di piccole patologie, invece di andare dal medico, gli occupati facessero ricorso direttamente a farmaci di automedicazione. Ed è proprio quanto avviene, grazie alla spontanea tendenza degli italiani all’automedicazione.

In relazione all’ultima volta che gli intervistati hanno sofferto di un piccolo disturbo – infatti – , il 76,3% ha dichiarato di avere preso un farmaco vendibile senza ricetta; per il 75,9% il ricorso a tale farmaco è stato decisivo o importante perché ha consentito di andare a lavorare. Più in particolare, per il 29,8% è stato decisivo perché senza di esso non si sarebbe recato a lavorare, mentre per il 46,1% è stato importante perché ha contribuito insieme ad altri fattori a decidere di recarsi al lavoro.

La presenza sul posto di lavoro anche se il lavoratore è affetto da piccoli disturbi (come mal di testa, stato influenzale, mal di stomaco ecc.) comporta un ammontare di giornate lavorative non perse il cui valore è stimabile in 30 miliardi di euro, che rapportati al pil costituiscono il 2,2% della produzione nazionale. Questo – si legge in una nota del Censis – è indubbiamente un contributo fondamentale dell’automedicazione alla competitività del Paese.

La quasi totalità degli italiani dichiara di utilizzare farmaci senza prescrizione medica, che si vendono liberamente in farmacia senza ricetta; di questi, solo il 47,1% dichiara di utilizzarli molto o abbastanza e, in particolare, si tratta di persone in età compresa tra 30 e 44 anni (53,7%).

Dall’indagine è emerso, inoltre, che gli italiani vogliono che il fattore prezzo giochi un ruolo più rilevante nei processi di scelta dei farmaci senza ricetta da utilizzare: l’89% vuole infatti che nella comunicazione sui farmaci senza ricetta si parli anche del prezzo e l’86,5% chiede che nelle farmacie siano esposti i prezzi dei farmaci di automedicazione così da poterli confrontare. La maggioranza degli italiani (il 54,6%)poi ritiene che i farmaci che sono senza ricetta nei principali Paesi europei lo debbano essere automaticamente anche in Italia. Più farmaci da automedicazione, quindi, ma in un quadro di regole e controlli.

"Investire sulla salute dei cittadini – ha osservato Giuseppe De Rita, segretario generale del Censis, – rappresenta un intervento rilevante nell’accumulazione del capitale sociale, con il quale il sistema economico può sostenere le sfide competitive globali, perché mette gli individui nelle condizioni di operare nei contesti socio-produttivi, contribuendo alla creazione di ricchezza. La capacità competitiva delle economie è infatti sempre più legata alla qualità del capitale umano. Tanto più un’economia, come quella italiana, è sfidata dai Paesi emergenti nei settori a più basso valore aggiunto tanto più è necessario un salto di qualità in termini di innovazione e di nuovi percorsi di crescita che dipendono dalle capacità del capitale umano, in termini di motivazione e intenzionalità, di dare linfa vitale all’innovazione".

"La vera sfida- ha aggiunto Angelo Zanibelli, presidente di ANIFA(Associazione Nazionale dell’Industria Farmaceutica dell’Automedicazione) – è quella di far entrare l’intero nostro settore nel processo di competitività, richiamando l’attenzione delle istituzioni sanitarie, economiche e industriali sull’importanza dell’automedicazione responsabile come elemento indispensabile nella crescita culturale e nella responsabilizzazione del cittadino, nell’ottimizzazione delle risorse
economiche e sanitarie e nello sviluppo dell’industria farmaceutica. Avere una industria farmaceutica, con tutto il valore aggiunto ad essa connesso, deve essere considerata una scelta strategica per il Paese."

Le aziende farmaceutiche produttrici di farmaci di automedicazione chiedono "strumenti nuovi e di regole nuove che stimolino il mercato e la concorrenza nella filiera del farmaco e che non introducano ulteriori vincoli, rigidità e burocratizzazione."
"Non bisogna dimenticare – ha concluso Zanibelli – che ci troviamo di fronte a un cittadino che chiede maggiori informazioni e di poter effettuare le proprie scelte attraverso un processo d’acquisto trasparente, che vuol dire valutazione dell’offerta disponibile, confronto dei prezzi e dialogo con i soggetti che possono fornire un consiglio professionale. In concreto, per stimolare la competitività bisogna agire sul fronte dell’offerta e dare una risposta al cittadino che chiede una maggiore e rinnovata disponibilità di farmaci Otc in linea con quanto avviene in molto altri Paesi europei, ma anche lavorare sulla comunicazione per favorire la prossimità del cittadino con il prodotto e la trasparenza del processo di scelta che porti ad un acquisto consapevole e sicuro. In questo senso il marchio diventa un valore non solo per l’impresa ma anche per il consumatore lo percepisce come una garanzia di affidabilità e di efficacia terapeutica ed anche come un fattore di riconoscibilità e facilità di scelta e, quindi, di sicurezza".

In sintesi, la ricerca restituisce il quadro di un Paese in cui l’autocura è ormai pratica acquisita e considerata come un terreno sul quale è possibile muoversi autonomamente ma anche di un Paese che vede la spesa farmaceutica non più come dispendio passivo di risorse, ma piuttosto come risorsa, come fonte di produzione di un bene come la salute, primario per gli individui e strategico per la collettività. Ma per assicurare il rilancio del settore occorre intervenire lungo le direttrici di una nuova politica industriale e sanitaria che crei condizioni di reale competitività.


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