Non ci si può iscrivere al Registro dei praticanti per diventare consulenti del lavoro se si mantiene la residenza in un luogo diverso da dove si fa pratica. L’Ordine non lo consente, nonostante le norme europee e nazionali stabiliscano diversamente. Così alcuni aspiranti consulenti del Sud, costretti prima a trasferirsi al Nord per entrare in uno studio, non avendo cambiato residenza devono simulare di aver svolto la pratica nella propria città se vogliono accedere alla professione. Il fenomeno, come tutte le cose illegali, non è quantificabile. Ma esiste e non è sporadico, come dimostra la storia pubblicata qui sotto. Si può comunque ritenere che non sia molto diffuso: non tutti possono avere coi titolari di studi meridionali rapporti tali da convincerli ad attestare il falso sulle dichiarazioni di compiuta pratica.

Le leggi. Ancora oggi i Consigli provinciali dell’Ordine dei consulenti applicano il Dm Giustizia del 2 dicembre 1997, che impone di iscriversi al Registro del luogo in cui si ha la residenza anagrafica. Ma la legge 526/99, recependo le norme europee,prevede (articolo 16) che "il domicilio professionale sia equiparato alla residenza". Il Consiglio nazionale dell’Ordine considera la legge valida solo per i cittadini europei, già professionisti, che desiderano svolgere in Italia la professione: secondo il presidente nazionale, Alfio Catalano, "il praticante non è professionista", quindi non gli si può applicare la legge 526/99. Catalano argomenta che la pratica di consulente del lavoro non consente alcuno svolgimento di attività professionale, è essenzialmente gratuita e non ha natura subordinata, come richiamato dal Dm del 97.
Diversa l’interpretazione di Antonio Maria Leozappa, docente di Diritto commerciale ed esperto di ordinamento delle professioni all’Università di Lecce: "Non esiste una nozione legislativa di professionista, per cui non vedo ragioni per escludere i praticanti dalla legge 526/99".

Le conseguenze. Gli iscritti all’Ordine sono circa 19mila. Incrociando la loro distribuzione per regioni e i dati Istat sul numero di abitanti in età lavorativa, si ottiene che al Sud ci sono più consulenti rispetto al Nord: 5,3 ogni 10mila abitanti, contro 4,5 (il Centro è in testa con 7,3). Un dato che Catalano spiega con la carenza di lavoro dipendente al Sud, che spinge i giovani verso le libere professioni. Ma Enrico Rebeggiani, docente di Sociologia del lavoro all’Università Federico II di Napoli, ha una spiegazione diversa: "I laureati meridionali, se possono, si trasferiscono al Nord anche per fare i professionisti, per evitare quanto accaduto a migliaia di ex giovani che "ammuffiscono" in ruoli di secondo piano in studi professionali meridionali. Ma i consulenti del lavoro non possono, a causa del comportamento dell’Ordine, che difende il monopolio naturale di chi già esercita. Un atteggiamento normale per gli Ordini, che temono di dover suddividere fra troppi professionisti un mercato che non è in espansione. Ma in questo caso stupisce che ciò venga fatto addirittura eludendo le norme europee e interpretando restrittivamente un decreto. Ciò va combinato col fatto che cambiare residenza è ancora complesso, per cui di solito lo si fa solo quando ci si sposa o si acquista la prima casa. Risultato: alcuni consulenti meridionali che lavorano al Nord figurano iscritti al Sud". Ribatte Catalano: "Noi richiediamo anche di avere la residenza nel luogo d’iscrizione nel Registro dei praticanti proprio perché è il modo migliore per evitare forme di praticantato fittizio".

I giudici di Milano hanno aperto una strada

L’Ordine dei consulenti del lavoro è compatto: tutti i suoi Consigli provinciali difendono il requisito della residenza anagrafica per concedere l’iscrizione al Registro praticanti. Ma il Movimento difesa del cittadino (Mdc) sta portando avanti in giudizio la tesi contraria e ha ottenuto un primo risultato: con un ricorso d’urgenza fatto presentare al Tribunale di Milano da un giovane siciliano (si veda l’articolo in basso), ne ha ottenuto (ordinanza dell’11 luglio scorso, nella causa 29574/05) l’iscrizione con riserva. Segno che le argomentazioni del ricorso non sono apparse manifestamente infondate. Ora la prima udienza sul merito della questione è fissata per questo mese."L’ordinanza dell’11 luglio – dice Lucia Moreschi, responsabile del Mdc – è un concreto passo in avanti verso l’integrazione europea, stavolta a vantaggio della categoria più "bistrattata", quella dei praticanti. La legge 526/99 prevede la libertà di circolazione e stabilimento di cose e persone, all’interno della Ue. Nello specifico, equipara il domicilio professionale alla residenza e soprattutto non consente di differenziare la posizione del cittadino italiano rispetto a quella dei cittadini di altri Stati Ue. Rispettare la legge del ’99 porterebbe al Sud il vantaggio di regolarizzazione le posizioni dei praticanti e porre fine al lavoro sommerso". Ma l’Ordine ribadisce le proprie ragioni. "Il requisito della residenza è propedeutico al controllo dobbiamo effettuare sullo svolgimento della pratica – dice Vincenzo Silvestri, presidente del Consiglio provinciale dell’Ordine di Palermo. Il praticante è tenuto a fornirci relazioni semestrali sull’andamento del tirocinio, fondamentali per la verifica e la successiva ammissione del praticante all’esame di abilitazione. Far valere il solo domicilio professionale significherebbe aprire a richieste di iscrizione di comodo".

LA STORIA – Ricorso contro il doppio No

]RAGUSA. Domicilio lavorativo a Milano, residenza a Ragusa. Per questo M. P., un siciliano di 32 anni che aspira a diventare consulente del lavoro, si è visto negare l’iscrizione al Registro dei praticanti in entrambe le città. La motivazione è sempre la stessa: per l’Ordine vale il luogo di residenza, per cui è in quel luogo che occorre svolgere il praticantato (si veda l’articolo principale). Solo facendo ricorso al Tribunale di Milano (si veda il box sopra), ora è riuscito a ottenere un’iscrizione, sia pure con riserva (in attesa dell’esito del procedimento) "L’unica alternativa per superare il problema – dice M. P. – sarebbe stata quella di trovare uno studio professionale ragusano compiacente, per far attestare falsamente che la pratica la compio lì. È una soluzione di cui tra noi aspiranti consulenti meridionali si parla molto, ma ho preferito rinunciarvi. Per essere corretto".
La vicenda di M. P. è iniziata a dicembre 2004, quando ha presentato domanda all’Ordine di Milano, respinta perché non risiede in quella provincia. Poi il giovane si è rivolto all’Ordine di Ragusa, ma anche lì ha ottenuto un rifiuto. Disperato e consapevole che la legge 526/99 gli darebbe ragione (se l’Ordine la applicasse), si è rivolto al Consiglio nazionale, a Roma, per chiedere spiegazioni: "La risposta è stata una comunicazione ufficiale del presidente, che sostiene quanto già espresso dagli Ordini provinciali. Mi trovavo, allora, di fronte a una scelta: tornare a lavorare al Sud o restare a Milano. Tornare mi sarebbe piaciuto: inizialmente mi ero trasferito al Nord proprio per acquisire una professionalità da far poi valere al Sud e anche per questo non ho voluto prendere la residenza anagrafica a Milano. Ma tornare in questa fase iniziale della mia attività avrebbe implicato trovare uno studio di consulente del lavoro a Ragusa e lavorare tanto per non guadagnare niente, com’è consuetudine dei praticanti di qualsiasi professione al Sud. Avrei dovuto svolgere anche lavori di segreteria senza sapere se al termine avrei acquisito una competenza. Restando a Milano, avrei dovuto rinunciare all’iscrizione al Registro, figurando come un impiegato anomalo con partita Iva". Di qui la scelta di fare ricorso. Ora M. P. si augura che la sua strada venga scelta anche dai altri aspiran
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A cura di Norma Zito

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