La Repubblica italiana permettendo alle imprese di esercitare la raccolta e il trasporto dei propri rifiuti non pericolosi come attività ordinaria e regolare senza obbligo di essere iscritte all’Albo nazionale delle imprese esercenti servizi di smaltimento rifiuti, e di trasportare i propri rifiuti pericolosi in quantità che non eccedano i 30 chilogrammi e i 30 litri al giorno, senza obbligo di essere iscritte al medesimo Albo, è venuta meno agli obblighi previsti dalla normativa europea. E’ quanto prevede una sentenza di questi giorni della Corte di Giustizia delle Comunità Europee.

In particolare, la normativa europea (direttiva del Consiglio, 75/442/CEE, relativa ai rifiuti, come modificata dalla direttiva 91/156/CEE.) prevede che gli stabilimenti o le imprese che provvedono alla raccolta o al trasporto di rifiuti a titolo professionale, o che provvedono allo smaltimento o al ricupero di rifiuti per conto di commercianti o intermediari, devono essere iscritti presso le competenti autorità qualora non siano soggetti ad autorizzazione (art.12).

La normativa italiana fissa invece obblighi d’iscrizione che variano a seconda della pericolosità o meno dei rifiuti raccolti o trasportati. Per quanto riguarda i rifiuti non pericolosi, essa impone un obbligo d’iscrizione all’Albo nazionale delle imprese esercenti servizi di smaltimento rifiuti soltanto alle imprese dedite ad attività di raccolta e trasporto di rifiuti prodotti da terzi, con ciò escludendo le imprese che raccolgono o trasportano rifiuti propri. Inoltre, essa dispensa dall’obbligo d’iscrizione «i trasporti di rifiuti pericolosi che non eccedano la quantità di 30 chilogrammi al giorno o di 30 litri al giorno effettuati dal produttore degli stessi rifiuti», configurando così deroghe non previste dalla direttiva.


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