Innovazioni legislative modificano la disciplina dei fallimenti. Con il decreto legislativo n. 5/2006, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale dello scorso 16 gennaio, il governo ha infatti completato la riforma della legge fallimentare in parte anticipata dalle legge n. 80 del 2005. Con i nuovi provvedimenti normativi sono state disposte modifiche di rilievo alla disciplina delle procedure concorsuali in tema di concordato preventivo, azione revocatoria, concordato fallimentare, modalità di vendita dei beni e ripartizione delle competenze fra organi della procedura. E per fare un primo bilancio delle novità introdotte dalla riforma l’ABI (Associazione Bancaria Italiana) insieme alla Facoltà di Economia dell’Università di Tor Vergata ha organizzato oggi un convegno a Palazzo Alfieri sul tema "La riforma della legge fallimentare".

Il contesto in cui si inserisce la riforma, è stato sottolineato all’inizio del meeting, è di tipo economico ed è legato ad un più generale problema di gestione della crisi del sistema industriale. "Nel ’93 e nel ’94 l’Italia ha avuto un momento di crisi delle imprese gravissimo e l’impatto sulle banche è stato drammatico – ha dichiarato Giuseppe Zadra, Direttore Generale dell’ABI – Abbiamo cominciato allora ad avere imprese e società finanziarie che accusavano il sistema bancario di intervenire troppo tardi e di non essere in grado di gestire la crisi delle imprese. Nel ’94 e ’95 cominciammo a fare un’analisi delle condizioni economiche di gestione del sistema bancario. Uno dei problemi era il fatto che si stratificavano crisi per dieci anni successivi. La gestione della crisi è una questione demografica: le imprese nascono, vivono e muoiono. Gli assett delle imprese moderne sono spesso immateriali – brevetti, tecniche di marketing – e dopo poco tempo tendono a svanire".

"Nella vecchia legge prevaleva un atteggiamento tradizionale: il fallimento era visto come liquidazione di beni per soddisfare i creditori": questo il commento del prof. Luigi Paganetto, economista all’Università di Tor Vergata, che ha introdotto i lavori con un intervento su "demografia e fallimento". "Demografia e fallimento è il punto di partenza perché nella fisiologia del sistema economico va considerata la nascita e la scomparsa delle imprese sul mercato: se assicuriamo un tasso di sostituzione delle imprese sufficientemente rapido è probabile che l’efficienza complessiva del sistema cresca". A titolo di esempio è stato riportato il caso degli Stati Uniti, dove c’è aumento di occupazione nelle imprese che sopravvivono: "La rotazione che si produce ha maggiori probabilità di successo per le imprese che rimangono: l’effetto di uscita consente a quelle che rimangono di essere più efficienti. Tanto più consentiremo un’uscita a basso costo, per gli imprenditori e per la collettività, tanto più avremo un turn over delle imprese con possibilità di crescita più rapida".

Ruolo dell’autorità giudiziaria, Comitato dei Creditori, concordato preventivo e semplificazione delle procedure sono alcuni dei temi che sono stati affrontati dalla riforma della legge fallimentare. "È una riforma parziale e non organica – ha commentato il prof. Alberto Maffei Alberti dell’Università di Bologna – perché ha lasciato la politica del doppio binario e non ha toccato la parte della grande impresa. E anche perché ha scelto la via dell’intervento a scacchiera". Nella riforma c’è la tendenza a ridimensionare il ruolo dell’autorità giudiziaria. E per quanto riguarda il ruolo attribuito al Comitato dei Creditori, commenta Maffei Alberti, questo sembra partire dal presupposto che i creditori siano una categoria omogenea mentre di fronte alla crisi di un’impresa si possono individuare due categorie: i creditori che hanno interesse a incassare i crediti e una categoria di creditori interessata alla continuazione dell’attività (dagli agenti di commercio alle imprese satellite ai rivenditori in esclusiva), per i quali "la cessazione dell’attività è un evento che diventa più drammatico del mancato incasso".

Esercizio provvisorio, affitto e vendita dell’azienda e concordato fallimentare sono gli strumenti che consentono di realizzare la conservazione dell’attività di impresa. Nel primo la riforma sembra avere punti poco chiari ai quali non è estraneo il ruolo attribuito al Comitato dei Creditori. La disciplina di affitto e vendita di azienda colma invece un vuoto della precedente disciplina (che risale al 1942). Novità del concordato fallimentare è che può essere composto da terzi, mentre il presupposto del concordato preventivo non è solo lo stato di insolvenza ma anche lo stato di crisi. Non è stato invece trattato l’aspetto penale della legge. "Il problema – ha puntualizzato il prof. Francesco Vassalli dell’Università La Sapienza – è la non modifica della parte penale della legge fallimentare".

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