Un’emittente televisiva può essere considerata responsabile di reato di diffamazione nell’ipotesi di dichiarazioni rese da una persone chiamate a "mettere in scena" alcune vicende della propria vita privata. E’ quanto ha stabilito la Quinta sezione penale della Corte di Cassazione (sentenza n. 6700 del 22 febbraio 2006), chiamata a giudicare un caso di affermazioni considerate diffamatorie, oggetto della "ricostruzione" scenica di una vicenda personale, a cui hanno collaborato anche i conduttori del programma televisivo.

La responsabilità dell’imprenditore, infatti, ai sensi dell’arti 2049 cod.civ. ("i padroni e i committenti sono responsabili per i danni arrecati dal fatto illecito dei loro domestici e commessi nell’esercizio delle incombenze a cui sono adibiti"), secondo la Corte non si limita alle azioni dei propri dipendenti, a lui legati dal un rapporto di lavoro stabile, ma si estende anche alle persone inserite, anche se temporaneamente od occasionalmente, nell’organizzazione aziendale, che abbiano agito per conto e sotto la vigilanza dell’imprenditore. Ciò fa sì che un’emittente televisiva possa essere chiamata, in sede penale, a rispondere, come responsabile civile, di dichiarazioni diffamatorie rese da una persona chiamata a "mettere in scena", durante una trasmissione, alcune vicende della sua vita privata.


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