Nelle Marche, una "badante" su quattro è senza permesso di soggiorno: è quanto risulta da una indagine, condotta dall’Armal (Agenzia Regionale Marche Lavoro) sul mercato straniero dell’assistenza familiare. "La ricerca – dice il responsabile del ricerca, Emmanuele Tavolini, del Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università Politecnica delle Marche – "è frutto di un lavoro iniziato un anno fa e si basa su interviste a testimoni, questionari inviati a 600 lavoratori stranieri e focus group con i familiari degli assistiti". "Il 43% – spiega – è privo di un regolare contratto di lavoro, spesso per la mancata volontà degli assistiti di metterli in regola; uno su quattro è senza permesso di soggiorno, dato molto significativo a due anni dall’entrata in vigore della legge Bossi – Fini sulla regolarizzazione degli stranieri. Il reddito netto percepito è di 700 euro al mese, il carico di lavoro giornaliero, spesso superiore alle 8 ore, è particolarmente pesante, tanto che una badante su due vorrebbe trovare un altro lavoro".

Sono donne sposate o con relazioni stabili, che provengono prevalentemente dall’Est-Europa e che appartengono ad una piccola e media borghesia che si è impoverita per le trasformazioni sociali ed economiche degli anni ’90. Si occupano prevalentemente di anziani (tra gli 11.600 e 13.880 immigrati assistono anziani non autosufficienti), in modo molto minore di persone disabili. La maggioranza delle badanti ha un livello di istruzione medio alto, spesso alto: l’83% ha frequentato la scuola per 13 anni il 25% possiede una laurea. Oltre il 60% aveva un lavoro in patria che ha lasciato per venire a lavorare nelle Marche, conoscendo nella maggior parte dei casi il tipo di lavoro che avrebbe svolta: solo un caso sui cinque (20%) per quanto riguarda le Marche è dettata dalla disoccupazione. La maggior parte conosce la lingua italiana in modo soddisfacente. La scelta di lavorare come badanti è legata alla percezione che questo sia un lavoro "facilmente reperibile" o "l’unico trovabile". Il 62% degli assistenti familiari vive senza nessun parente nelle Marche, solo in un sesto dei casi è avvenuto il ricongiungimento familiare; per molte donne (53,5%) questo vuol dire avere lasciato i figli in patria.

Una sorta di nuova "servitù", la definisce Tavolini, che continua: "Sul piano geografico la maggior parte dell’esercito delle badanti è in provincia di Pesaro ‘Urbino, quella minore in provincia di Ancona". Ma anche una nuova forma di "welfare privato – secondo Ugo Ascoli, assessore regionale al Lavoro – fenomeno letteralmente esploso negli ultimi anni ma ancora poco regolato dalle politiche pubbliche", spesso soggetto a forme di lavoro nero o comunque poco qualificato. Le famiglie che hanno al loro interno persone, in particolare anziani, non autosufficienti, ricorrono – in mancanza di servizi pubblici efficienti e facilmente accessibili (pensiamo alle liste d’attesa) – ricorrono sempre più spesso alle "badanti" che – per la varietà delle loro mansioni – dovrebbero essere più correttamente chiamate "assistenti familiari": per queste donne, la giornata lavorativa supera per la maggior parte le 12 ore, un 30% lavora più di 15 ore e solo un quinto ne lavora meno di 8, prevalentemente si occupano della cura, dei pasti , la compagnia e i lavori domestici.

La Regione Marche – spiega l’assessore Ascoli – sta lavorando a tre ipotesi di sostegno ai nuclei familiari che necessitano di questo tipo di servizi: evitare il ricorso al lavoro sommerso erogando assegni di servizio alle famiglie, qualificare l’offerta assistenziale con corsi di formazione di durata limitata ed agevolare l’incontro tra domanda e offerta con l’apertura di sportelli, punti di ascolto e di accoglienza. Ma secondo Ascoli, tutto questo non basta: la drastica riduzione di 13 milioni di euro, pari al 50 per cento del totale delle risorse del Fondo nazionale per le politiche sociali, creerà problemi pesanti ai Comuni, con la prevedibile chiusura dei servizi o l’aumento dei costi di assistenza. Per questo la Giunta regionale ha deciso di tagliare dal 12 al 17 per cento tutti i capitoli di spesa del bilancio di previsione del 2006, lasciando però intatte le risorse finanziarie a favore dei servizi sociali. Una scelta importante alla quale si dovrà accompagnare, ha sottolineato, "una migliore capacità di utilizzo dei fondi, per poter far fronte alla drammatica crisi del welfare e ad una domanda sempre più onerosa di assistenza"’.

 

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