I giovani italiani non riescono ad affermarsi nel mondo del lavoro; in particolare non riescono a distaccarsi dalla propria famiglia prima dei 40 anni. Di conseguenza, le classi dirigenti del nostro Paese sono occupate da persone di età avanzata. Da una parte, dunque, i giovani sono sottoposti a lavoro precario e questo rende difficile raggiungere posizioni "più in alto", dall’altra chi ricopre queste posizioni, tende a conservarle a lungo.

E’ questo il quadro del progressivo invecchiamento generazionale dell’Italia, che emerge dal primo rapporto, realizzato dal Forum nazionale dei giovani in collaborazione con il Cnel, sul rinnovamento delle classi dirigenti nel nostro Paese. "Urg! Urge ricambio generazionale" è il titolo, che lascia poco all’immaginazione, della ricerca presentata questa mattina a Roma, alla presenza del Ministro della Gioventù Giorgia Meloni.

In 10 anni, il numero di giovani dipendenti in ruoli dirigenziali è passato dal 9,7% al 6,9% e tra i quadri dal 17,8% al 12,3%. In calo anche i giovani imprenditori, passati dal 22% al 15% e i liberi professionisti, dal 30% al 22%. I contratti di lavoro precari, quindi, non fanno fare carriera: difficilmente le collaborazioni si trasformano in contratti a tempo indeterminato. Il 73,1% dei giovani che alla fine del 2006 aveva un contratto di collaborazione, a distanza di un anno era ancora nella stessa posizione.

Soltanto un giovane collaboratore su 5, quindi il 22,6% del totale, è passato a lavoratore dipendente; ma per la metà di questi il passaggio è stato ad un contratto a tempo determinato. Nell’arco di un anno, solo un collaboratore su dieci è entrato a pieno titolo nel mondo del lavoro standard, ottenendo un contratto a tempo indeterminato.

E c’è un altro grave fenomeno in aumento: l’inattività. Tra il 2006 e il 2007, sono cresciuti di 200 mila unità i giovani inattivi, cioé che non lavorano e non cercano lavoro. Oltre 220 mila i giovani che nel 2006 erano occupati e nel 2007 hanno rinunciato a cercare attivamente un lavoro.

Il rapporto del Cnel si sofferma sul mondo politico, universitario e sugli ordini professionali: giornalisti, medici, avvocati, notai. Cominciamo dall’università. L’età media dei docenti universitari in Italia è di 51 anni; il 50% dei professori di prima fascia ha superato i 60 anni e 8 docenti su 100 hanno dai 70 anni in su. I giovani, cioè i professori con meno di 35 anni, sono il 7,6%, su un totale di 61.929 docenti e i ricercatori. Di questi giovani docenti quasi tutti sono ricercatori; solo 311 sono professori associati e 21 professori ordinari.

Dieci anni fa la maggior parte dei docenti universitari avevano un’età compresa tra i 46 e i 50 anni; oggi hanno tra i 56 e i 60 anni. E i giovani sono sempre di meno: nel 1997 l’1,1% del totale dei docenti aveva meno di 30 anni e il 7,3% tra i 31 e i 35; a distanza di 10 anni, nel 2007 le percentuali sono scese rispettivamente allo 0,9% e al 6,7%.

Nelle libere professioni, purtroppo non va meglio. Il giornalismo, la medicina, l’avvocatura e il notariato hanno tempi di accesso lunghissimi: per i più stage, tirocini gratuiti e condizioni di estremo precariato o sotto-occupazione di susseguono senza soluzione di continuità fino a oltre 40 anni. Qualche esempio: l’età media dei praticanti giornalisti è di 36 anni. I medici con non più di 35 anni sono poco meno del 12%, mentre i 35-39enni, rispetto a 11 anni fa, sono diminuiti del 13,8%. Mentre gli avvocati, pur iscritti all’albo, sono costretti per anni e anni a un ruolo umiliante di garzoni di bottega, e tra i notai due su dieci sono figli d’arte.

C’è, inoltre, un deficit democratico ai danni dei giovani e della loro rappresentanza in Parlamento: dal 1992 ad oggi i deputati under 35 non hanno mai raggiunto il 10% (a eccezione della legislatura 1994-96), e attualmente alla Camera sono solo il 5,6%. A fronte quindi di un’importante fetta di giovani tra i 25 e i 35 anni, pari al 18,7% della popolazione maggiorenne, si ha un peso parlamentare di questa fascia d’età che è meno di un terzo (5,6%).

Ben diversa è la condizione di altre fasce di età: tra i 36 e i 45 anni si riscontra un rapporto equilibrato tra rappresentanza politica e incidenza sociale. Con l’avanzare dell’età il rapporto si capovolge: la fascia 46-50 anni costituisce l’8,4% della popolazione adulta ma il 20,5% degli eletti e quella 51-55 e’ il 7,6% della popolazione e il 20,5% degli eletti.

Il motivo di questa scarna presenza di giovani in Parlamento, secondo il Rapporto, è da attribuire al fatto che non vengono quasi mai collocati ai vertici delle liste elettorali. Risultato: nel Pd solo il 7,5% dei candidati giovani è stato eletto, nel Pdl il 16,1% ma solo per effetto della vittoria riportata. La Lega è l’unico partito nel quale questo divario anagrafico si riduce: 11,4% di eletti tra gli under35 contro il 20,1% degli over35.

UniCredit, che ha collaborato alla realizzazione del Rapporto, ha colto l’occasione per rinnovare la partnership con il Forum nazionale dei Giovani che risale al 2006 ed è improntata al sostegno e alla valorizzazione del mondo giovanile e di un meccanismo di ricambio generazionale che faccia emergere nuovi talenti e creatività.

E alla valorizzazione dei giovani il Gruppo dedica impegno e risorse: è stato infatti studiato un sistema di programmi di sviluppo e monitoraggio per individuare nuovi talenti e affiancarli nei primi stadi della loro carriera: "UniQuest", rivolto a 100 tra i migliori giovani che sono nel Gruppo e "Talent Management Review", rivolto a 1600 colleghi, con l’obiettivo di individuare anticipatamente le doti dei singoli, per facilitarne la carriera e accelerarne la crescita, attraverso progetti internazionali. "Fino a che età si è giovani? Una realtà multiforme, complessa, variegata come variegata è la natura umana. Dipinti come una generazione sbandata, priva di valori, incapace di tessere relazioni durature, una generazione invisibile, troppo spesso un problema, e quasi mai un’opportunità".

 

 

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