Sono necessari controlli sulla trasparenza dei cartellini contro le speculazioni che, complici il Natale e la scusa del maltempo, rischiano di aggravare ingiustamente la spesa dei cittadini, nonostante che in campagna i prezzi pagati agli agricoltori siano diminuiti del 5,8 per cento pur in presenza di un aumento del carburante agricolo del 13 per cento. E’ quanto chiede Coldiretti in occasione della diffusione dei dati Istat sull’inflazione nel mese di novembre che evidenziano un aumento al consumo dello 0,6 percento nei prodotti alimentari rispetto all’anno precedente. A differenza, nei primi dieci mesi del 2005, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, secondo l’Ismea – precisano i coltivatori – i prezzi dei prodotti agricoli in campagna sono diminuiti complessivamente del 5,8 per cento con cali più accentuati per i vini e per i cereali (-21 per cento), la frutta (-12 per cento), le piante destinate alla trasformazione industriale (-6 per cento), i maiali (- 5 per cento), il pollame e i conigli (- 4 per cento) e il latte e derivati (-2 per cento).

L’obiettivo – sostiene l’associazione di categoria – deve essere dunque quello di garantire alla vendita etichette a norma di legge che consentano ai consumatori di mettere a confronto diversi negozi e prodotti per origine, qualità, varietà e prezzo, ma anche per riconoscere la stagionalità delle produzioni e distinguere tra i prodotti importati e quelli nazionali che non essendo soggetti a tempi lunghi di trasporto garantiscono maggiore freschezza e livelli sanitari elevati. Il rischio infatti – si legge nel comunicato- è che senza saperlo i consumatori, pensando di acquistare pomodori campani o pugliesi, verdure siciliane o frutta secca di prima qualità comprano invece a caro prezzo un prodotto di scarto di origine belga, olandese, spagnola, marocchina o turca. La possibilità che vengano spacciati come Made In Italy prodotti importati è dimostrata dal fatto che nonostante la legge in vigore preveda sanzioni, etichette in regola con le informazioni relative alla categoria, alla varietà e soprattutto all’origine sono sempre più rare sui banchi di vendita. Secondo una recente indagine descrittiva su negozi, supermercati e mercatini rionali presenti nelle città del nord, centro e sud del Paese è emerso – concludono i coltivatori – che solo una etichetta su quattro riporta l’informazione obbligatoria per legge sulla provenienza: al nord le etichette regolari sono il 25 per cento (65 per cento con almeno la provenienza), al centro il 35 per cento (60 per cento con almeno la provenienza) e al sud e nelle isole 5 per cento (40 per cento con almeno la provenienza).

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