L’influenza aviaria e gli allarmismi che ha suscitato tra i consumatori cambiano le abitudini degli italiani. Il pollame si allontana sempre di più dalle nostre tavole e registra, negli ultimi due mesi (agosto e settembre), un crollo delle vendite del 20,5 per cento (con punte in alcune zone anche del 30-40 per cento), mentre si riscoprono la carne di maiale (più 3,7 per cento) e soprattutto le uova (più 5,8 per cento), mentre, resta al palo la carne bovina (meno 1,3 per cento). In crescita gli acquisti di pesce fresco e surgelato (più 2,8 per cento), di formaggi (più 1,7 per cento), di pasta (più di 2,5 per cento) e di pane e prodotti di panetteria (più 2,6 per cento). Continuano a segnare un andamento negativo la frutta (meno 4,2 per cento) e gli ortaggi (meno 5,1 per cento).

E’ quanto emerge da un’indagine condotta dalla Cia-Confederazione italiana agricoltori per la quale la sindrome da pollo sta provocando pesantissime conseguenze sia economiche che occupazionali in tutta la filiera avicola, con danni di decine di milioni di euro. Una situazione drammatica che evoca i fantasmi di una seconda "mucca pazza". Gli agricoltori evidenziano che, sempre per quanto riguarda agosto e settembre scorso, si riscontrano flessioni negli acquisti di tutti i prodotti avicoli: per i polli c’è un calo del 25 per cento, per i tacchini 20 per cento, per le galline 22 per cento, per le altre specie del settore (oche, anatre, colombi) 16 per cento. I consumatori si sono orientati -rileva la Confederazione – verso gli acquisti di carne suina che, dopo mesi di flessione, registra una netta ripresa. Exploit anche per le uova che continuano a rappresentare uno degli alimenti più apprezzati dagli italiani e non sembrano, almeno per il momento, risentire degli effetti provocati dall’influenza aviaria.

Con le uova, infatti, c’è un rapporto di fiducia cresciuto con il passare del tempo. Se nei primi anni ’50 ogni italiano ne mangiava appena otto chili l’anno; adesso si sfiorano i 14 (218 uova l’anno). E’ evidente, quindi, l’importanza del ruolo che questo prodotto ricopre nella nostra alimentazione, ma anche all’interno del settore agro-alimentare. Basta guardare i dati alla produzione e al consumo del 2004. L’Italia ha prodotto nel 2004 12 miliardi e 837 milioni di pezzi, che corrispondono a 808 mila tonnellate, per un fatturato di 1 miliardo e 350 milioni di euro.Trend positivo dei consumi -sottolinea ancora la Cia- anche per formaggi, pasta, pane e pesce sia fresco che surgelato.

In particolare, i formaggi proseguono il loro costante andamento di crescita, soprattutto quelli a pasta cruda (mozzarella, crescenza, stracchino) che hanno riscosso, in questi ultimi due mesi, un deciso apprezzamento da parte dei consumatori.Di segno negativo resta -afferma l’ associazione di categoria – l’intero comparto ortofrutticolo che, nonostante una lieve ripresa della frutta avutasi durante la scorsa estate rispetto all’anno passato, non riesce a decollare e i consumi sono sempre in netto ribasso.Tuttavia, è la vicenda del virus dei polli a tenere banco tra i consumatori, specie dopo le ultime notizie provenienti da Romania e Turchia.

Comunque, da venerdì prossimo 17 ottobre – sostengono gli agricoltori – per il settore avicolo possono aprirsi nuovi spiragli. L’entrata in vigore del provvedimento che prevede l’obbligo di indicare l’origine della carne in etichetta potrà, infatti, garantire i cittadini sulla salubrità delle produzioni e rappresentare un elemento fondamentale per rilanciare i consumi. In sostanza, l’etichetta dovrebbe contribuire a tranquillizzare le persone fornendo ogni informazione e trasparenza sul prodotto. Quindi una chiara rintracciabilità. La confederazione conclude ribadendo che, davanti ad una pesante crisi di mercato, è necessario attivare gli interventi indispensabili per fronteggiare la preoccupante situazione e sanare i danni rilevanti che in queste ultime settimane hanno subito gli allevatori italiani.

 

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