Presto in libreria un testo, "Acrobati dello specchio magico. L’esperienza degli adolescenti in chat", scritto da una ricercatrice presso il dipartimento di Sociologia dell’Università di Padova che ha analizzato il rappporto che si instaura tra gli adolescenti e la chat, la più controversa tra le comunicazioni mediate e nate attraverso l’uso del computer.

La ricerca, su cui si snoda il libro, è stata condotta sulle esperienze di oltre 1200 ragazzi tra i quindici e i venti anni, e ha dato risultati inattesi e sufficienti a sfatare l’immagine maligna del mezzo: intanto perché si stabilisce che la chat è spesso un’esperienza collettiva, una forma di socializzazione divertente che si fa in gruppo; ma anche perché mostra l’estrema abilità dei ragazzi nella gestione dei rapporti a distanza e di quelli "faccia a faccia" che spesso li seguono.

La sociologa ha classificato sei tipi di utilizzo della chat. Da quello "classico" che la considera un luogo d’incontro, dove si conoscono nuove persone, a quello di "cimento informatico" che serve a mettere alla prova e dimostrare le proprie competenze informatiche, più che a socializzare. Poi c’è chi guarda alla chat come a uno strumento di comunicazione da utilizzare al posto del telefono, chi la usa come canale di sfogo per divertirsi, mascherarsi e litigare (un’esperienza che la sociologa chiama "paidia") e chi cerca invece occasioni di "socievolezza" e "socialità digitale": nel primo caso chiacchierate rituali, nel secondo relazioni significative, ricche di confidenze e affetti.

 

 

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