Il reato di mobbing si configura nel caso di condotta del datore di lavoro sistematicamente vessatoria e ripetuta nel tempo, tale da concretizzare una lesione dell’integrità psico-fisica del lavoratore. Questo il parere espresso dalla Corte di Cassazione (Sezione Lavoro Sentenza n. 4774 del 6 marzo 2006), chiamata a decidere su un caso di comportamento persecutorio sul posto di lavoro.

L’illecito, che rappresenta una violazione dell’obbligo di sicurezza posto dall’art.2087 c.c. a carico del datore di lavoro, secondo la Corte si può realizzare con comportamenti materiali o provvedimenti del datore di lavoro indipendentemente dall’inadempimento di specifici obblighi contrattuali previsti dalla disciplina del rapporto di lavoro subordinato. La sussistenza della lesione fisica e morale del dipendente deve essere infatti verificata valutando l’offensività della condotta del datore di lavoro, che può essere dimostrata, per la sistematicità e durata nel tempo, dalle sue caratteristiche oggettive di persecuzione e discriminazione, anche in assenza di una violazione di specifiche norme di tutela del lavoratore subordinato.

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