Non uno ma tre saranno i partiti dei consumatori alle prossime elezioni politiche. Due schierati con l’Unione e uno con la Casa della Libertà, anche se questo ultimo, dei consumatori, porta solo il nome e nessun contenuto programmatico. Innanzitutto, e non dovremmo essere noi a dirlo, ci vorrebbe un po’ più di rispetto per i partiti tradizionali, quelli che non si improvvisano a pochi mesi o settimane dal voto, ma si propongono con un profilo più o meno chiaro di valori ideali e di principi guida, a cui fanno seguire i programmi.
Nel caso dei partiti dei consumatori, abbiamo invece tre simboli elettorali messi insieme in tutta fretta, con l’unica logica di portare un po’ di voti e qualche poltrona. E non importa se poi s’imbarcano nell’impresa personaggi che a malapena sanno chi siano e cosa chiedano i consumatori.

E’ perfettamente legittimo candidarsi per il Parlamento e cercare di contribuire al bene del Paese. Il problema, anzi i problemi nascono sul come e in nome di chi ci si candida. A questo ha sicuramente contribuito il nuovo sistema elettorale, che non rispetta la volontà espressa da anni dalla stragrande maggioranza dei cittadini, a favore del maggioritario. Ma torniamo al come e in nome di chi, perché è proprio su questi due punti che si determina una distanza siderale dalle tante organizzazioni dei consumatori, fra cui Cittadinanzattiva, e da altri diversi osservatori che guardano con estremo scetticismo ai "magnifici" tre partiti dei consumatori. A questi non sono bastati i fallimenti del passato (da dopo la metà degli anni ’90, fino alle recenti elezioni regionali): hanno la pretesa di attribuire alla figura sfuggente del consumatore (alla fine lo siamo un po’ tutti), le categorie proprie della rappresentanza politica, pensando, illudendosi, di poter rappresentare ragioni, interessi e diritti legittimi della quasi generalità dei cittadini, attraverso uno strumento di parte e per definizione parziale (il partito). Creando un partito dei consumatori per tutelarne i diritti, si compie, inoltre, un duplice danno, d’immagine e di sostanza. Sul piano dell’immagine si rischia seriamente di coinvolgere nell’operazione, e senza il minimo consenso da parte loro, la quasi totalità di organizzazioni dei consumatori che da anni promuovono e tutelano i diritti dei consumatori, svolgendo sì un ruolo politico ma non di carattere partitico ed elettorale.

E’ una vicenda triste quella di questi giorni, triste e dannosa perché l’ossessione della poltrona rischia di offendere la credibilità di quel principio di indipendenza che dovrebbe caratterizzare l’impegno delle organizzazioni dei consumatori che sono chiamate a confrontarsi nella quotidianità con esecutivi di diversa composizione politica a livello nazionale, regionale e locale. C’è però dell’altro. Se si sceglie di fare un partito dei consumatori, si ammette in fondo un complesso d’inferiorità rispetto ai partiti, cioè la convinzione che si può contare e incidere di più solo entrando nel "Palazzo". Il che fa ridere se, esperienza alla mano, guardiamo a quanto poco possano due o tre posti in Parlamento, rispetto alle fortissime lobby trasversali parlamentari, molto note proprio ai consumatori. Si trascura inoltre la grande influenza – positiva o negativa che sia – che le organizzazioni dei cittadini, che stanno fuori dal palazzo, esercitano sui processi, sui comportamenti e sulle scelte degli attori del mercato e della politica.

E’ noto infatti che, per quanto sia importante fare le leggi, diventa sempre più importante incidere sulla loro attuazione e interpretazione. E non è proprio su questo piano che ha maggiormente inciso in questi anni il movimento dei consumatori italiano, come del resto quello ambientalista? Come è possibile che organizzazioni che per legge dovrebbero avere come scopo esclusivo quello della tutela dei diritti dei consumatori, si trasformino, nella sostanza, in partiti che per definizione non possono che esercitare una rappresentanza generale e dunque la tutela degli interessi di tutti? E come mai candidarsi alle elezioni non comporta nemmeno le dimissioni dal ruolo di rappresentante della rispettiva associazione dei consumatori?


a cura di Giustino Trincia, vice segretario generale di Cittadinanzattiva


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