Sono passati oltre tre mesi dai referendum sulla Legge 40, ma l’asprezza di quel confronto e soprattutto le sue conseguenze mantengono intatta la loro attualità. Non parlo tanto dell’oggetto specifico del voto del 12 giugno: sul punto c’è poco spazio per discettare, la valanga di astensioni ha detto con chiarezza che agli italiani la legge sulla procreazione assistita – con la sua impostazione fortemente limitativa se non addirittura "proibizionista" – va bene così com’è.

E però lo scontro di idee che ha infiammato i referendum va bene al di là del problema, pure rilevantissimo, di cosa vada vietato e cosa ammesso in fatto di manipolazione artificiale dei processi procreativi. Esso investe, io credo, due temi molto più ampi: il rapporto tra società e scienza, e la disputa sul cosiddetto "relativismo" etico. Due temi che interrogano con altrettanta novità ed urgenza da una parte il pensiero laico, dall’altra la Chiesa e il mondo cattolico, e che per esempio hanno molto a che fare anche con la discussione di queste settimane su Pacs e "modello Zapatero".
Su entrambi i fronti, i referendum hanno resa esplicita l’esistenza di una "questione laica", che certo non è solo italiana ma che in Italia si presenta con particolare evidenza.

Lo schieramento abrogazionista era convinto che la discussione sulla Legge 40 fosse una replica degli scontri di trent’anni fa su divorzio e aborto, gli elettori non è che abbiano cambiato risposta, piuttosto hanno ritenuto che fosse diversa la domanda. Difficile, infatti, sostenere che negli ultimi due o tre decenni gli italiani siano diventati meno laici, o che oggi si preoccupino di più di cosa dice la Chiesa: l’Italia del 2005 è un Paese tra i più secolarizzati d’Europa, e affermare (come qualcuno tra gli sconfitti ha affermato) che il risultato del voto fotografi un’Italia bacchettona e bigotta rappresenterebbe per la cultura laica un autoinganno.

A me la Legge 40 non piace, ma resta il fatto che il 12 giugno una parte largamente maggioritaria dell’opinione pubblica ha detto con chiarezza che in questo caso non si trattava di decidere se l’etica pubblica debba o meno conformarsi alla morale cattolica. Occorre chiedersi allora: perché la cultura e la politica d’ispirazione laica non hanno capito che, comunque la si pensi sulla Legge 40, il tema della procreazione assistita evoca questioni inedite, che non c’entrano con la maggiore o minore laicità dello Stato? Non c’è una sola risposta, ma ce n’è, credo, una più importante delle altre: nel mondo laico resiste una visione del futuro, del progresso, riassumibile nell’idea positivista che tutto quanto la scienza consente tecnicamente di fare, vada fatto, e nella convinzione che ogni tentativo della società di porre dei limiti, o semplicemente dei dubbi, sia frutto di ignoranza o di oscurantismo.

A fare da battistrada a questa opinione, vi sono esponenti prestigiosi della comunità scientifica – da Boncinelli a Regge, da Bellone a Bernardini -, i quali coltivano e propongono un’immagine della scienza tra deterministica e fideistica. Un’immagine che oltretutto ignora o rimuove le trasformazioni epocali che stanno rivoluzionando l’organizzazione interna e i riferimenti esterni dell’attività scientifica: la crescente sovrapposizione tra ricerca scientifica e innovazione tecnologica; il peso sempre più schiacciante degli interessi economici privati nel decidere le direzioni in cui sviluppare la ricerca; il fatto che proprio in virtù del progresso scientifico, i risultati della ricerca hanno oggi un impatto sociale e ambientale, e implicazioni morali, moltiplicati rispetto ad un passato anche recente: implicazioni, sia detto per inciso, che in alcuni casi – a cominciare dalle manipolazioni genetiche della vita umana – mettono in crisi proprio quel principio di autodeterminazione dell’individuo che è uno dei capisaldi del pensiero illuminista e liberale.

Tutto questo impone non dico un controllo sociale sulla scienza, ma certo una qualche sua "socializzazione", ed esigerebbe da parte del mondo scientifico una grande apertura verso le domande e le obiezioni che arrivano dalla società. Troppo spesso invece avviene il contrario: che quanto più la scienza si fa potente, tanto più gli scienziati si percepiscono e si presentano come sacerdoti di verità indiscutibili dai "profani". E’ un problema globale, ma i cui effetti sono particolarmente perniciosi in un Paese povero di cultura scientifica come l’Italia: dove per affrontare le sfide del futuro, dall’economia all’ambiente, ci sarebbe bisogno di molta più ricerca, molta più scienza, e dove questa chiusura autoreferenziale di troppo mondo scientifico, aggrava il fossato tra società e scienza, tra cittadini e scienziati.

Non è un caso, io credo, che le critiche più severe contro tale impostazione vedano affiancate due sensibilità tra loro così diverse come il punto di vista cristiano e quello ambientalista: posizioni che entrambe hanno dentro il senso, la necessità del "limite". So bene che il terreno è delicato, persino scivoloso: l’idea del limite rischia spesso di trasfigurarsi in cultura del divieto. Ma un principio minimo va affermato: l’accettabilità sociale, e morale, di un’applicazione scientifica o tecnologica non può basarsi soltanto sul fatto che essa sia tecnicamente praticabile ed economicamente conveniente.

Un secondo grande tema evocato dalla discussione referendaria è in un concetto – relativismo etico – che per alcuni è una conquista e per altri una condanna. E in questo caso la riflessione coinvolge sia la cultura laica che il mondo cattolico. Molto spesso i sostenitori e i censori del relativismo additano due opposte frontiere che entrambi considerano invalicabili, due "tabù": da una parte la rinascita di uno Stato etico, dove si affermi come legge la morale cattolica; dall’altra l’avvento di una società che rifiuti l’idea stessa di fissare dei limiti di natura etica alla libertà dei singoli. Bene, io penso che ogni persona di buon senso non possa che rifiutare entrambi gli estremi. Naturalmente non può essere accettata la prospettiva di uno Stato che trasformi i convincimenti etici di una parte dei suoi cittadini in una morale obbligatoria, ma anche il suo opposto è fuori dalla realtà e dalla desiderabilità, perché la convivenza civile non può reggersi fuori dal riferimento a un universo di valori condivisi da tutelare, da tutelare anche per legge. Valori, certo, non indipendenti dal processo storico: ma valori, e dunque fondamenti etici del patto sociale.

Così, è pienamente legittimo che le istituzioni su cui si regge la convivenza sociale si intromettano nelle scelte dei singoli e delle famiglie quando sono coinvolti quei valori che tutti noi sentiamo come "universali", e in primo luogo i diritti umani e i diritti di cittadinanza. Allora, non vi è relativismo etico che possa rendere accettabile la pena di morte, o l’infibulazione, o anche forme estreme di manipolazione genetica della vita umana come la clonazione o l’eugenetica che seleziona i nascituri sulla base delle preferenze dei genitori. Questo non è relativismo, è liberismo etico. Il limite oltre il quale è non solo legittimo, ma doveroso che l’etica si faccia diritto positivo, coincide insomma con quei giudizi di valore che non derivano necessariamente da un credo religioso, da un’opinione politica, da un’idea di famiglia, ma identificano diritti che ad ogni latitudine civile, religiosa, sociale, geopolitica, sempre più persone percepiscono come inviolabili, connaturati alla nozione stessa di umanità.

Naturalmente non si tratta di categorie fisse, e però i diritti umani hanno una caratteristica essa sì storicamente immutabile: il loro contenuto va spesso incontro ad ampliamenti, mai a riduzioni. Così, oggi tra i titolari dei diritti
umani vengono ricomprese anche le generazioni future – e proprio questa è la principale giustificazione etica della necessità di tutelare gli equilibri ambientali -, ma certo non è pensabile che domani il sentire comune escluda dal novero dei diritti umani la libertà di culto o la pari dignità tra appartenenti ad etnie diverse. Se si conviene che sia questa – la libertà, l’integrità, la dignità delle persone – la frontiera dei valori universali, allora la Chiesa e quella parte del mondo cattolico che accusano, talvolta a buon diritto, la cultura laica di indifferenza etica, dovrebbero esercitarsi di più nella coerenza. Intanto perché la dignità della persona – meglio: l’uguale dignità di tutte le persone – non si possono esaltare a giorni alterni: difficile "dirsi cristiani" se mentre si reclamare il diritto alla vita per l’embrione, poi ci si disinteressa o addirittura ci si compiace dei deliri di Marcello Pera sui rischi del meticciato o di Oriana Fallaci sulla innata bestialità dei musulmani? Ancora.

La Chiesa non può pretendersi unico interprete autentico dell’universalità dei diritti umani. Essa è diventata "universale" solo di recente, e in virtù della contaminazione con tradizioni e codici morali "altri": l’illuminismo e la democrazia liberale per i diritti civili e politici, il socialismo per i diritti sociali, l’ambientalismo per i diritti ambientali. Di più: proprio quei diritti individuali e collettivi, storicamente affermatisi in occidente, in nome dei quali molti cattolici e anche qualche laico si scagliano contro gli eccessi del relativismo etico, proprio quei valori di libertà e socialità che si pretendono, giustamente, universali, esprimono in buona misura una vocazione al relativismo, o almeno al principio della pari dignità e del pieno diritto di cittadinanza per tutte le posizioni etiche, purché non vìolino il "nocciolo duro" rappresentato dall’acquisita centralità dei diritti personali.

Insomma: la Chiesa, i vescovi italiani, il cardinale Ruini, non si "allarghino", non commettano lo stesso errore dei troppi laici che attribuiscono la sconfitta dei referendum a un ritorno di clericalismo. Hanno vinto allora perché hanno dato voce a sentimenti largamente maggioritari, e "pre-religiosi", come la necessità di porre dei "paletti" nel campo delle tecniche di manipolazione della vita umana. Ma cosa c’entrano col senso del limite i Pacs o i diritti delle coppie di fatto? Questi, semmai, sono temi che appartengono alla prospettiva, fortunatamente inarrestabile, di un progressivo allargamento della nozione di diritti umani: c’è altrettanta tensione umanitaria in chi si ribella contro l’idea che un feto sia considerato solo una cosa, e in chi rifiuta di vedere come "figli di un Dio minore" gli affetti, gli amori, le famiglie che non possono o non vogliono riconoscersi nel matrimonio.

Roberto Della Seta – Presidente di Legambiente

 

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