C’è una forte fidelizzazione verso il cibo italiano. Ma nel campo dei controlli il consumatore spesso è incerto, chiede sicurezza ma controlla poco ciò che mangia. E comunque resta un problema: la fabbricazione di "false identità" del made in Italy – come le imitazioni diffuse nel mercato statunitense – che rappresentano un affare e richiedono maggiore tutela per i marchi italiani. È quanto emerge nell’ambito del progetto Eataly-Mangioitaliano, la campagna informativa realizzata da Adoc, Adusbef, Codacons, Federconsumatori e Ancc-Coop con il finanziamento del Ministero per le Politiche Agricole e Forestali. L’obiettivo del progetto, nato quasi tre anni fa, è quello di "spiegare al pubblico dei consumatori cosa siano i prodotti di qualità, dimostrare che la qualità è a favore anche dei produttori, ma soprattutto che una buona cultura del cibo è fonte di salute e di piacere". Se ne è discusso oggi a Roma.

Il mercato agroalimentare italiano rappresenta un affare da 250 miliardi di euro, sostanzialmente la stessa cifra del 2003, mentre il valore dei prodotti alimentari che possono dirsi pienamente italiani è di poco meno di 56 miliardi di euro. La quota del cibo italiano – sottolineano i relatori del progetto – è alta rispetto al totale dei consumi ma le importazioni dall’estero sono generalmente in crescita e hanno un valore stimato di 13 miliardi di euro, contro i 15 miliardi di esportazioni. I fondi pubblici per la promozione del "made in Eataly" si attestano sui 220 milioni di euro mentre la spesa privata per investimenti pubblicitari e di comunicazione sul cibo italiano ammontano a 300-400 milioni di euro: sono investimenti che, scrivono i responsabili del progetto, "sono pari a meno del 3% del valore complessivo della filiera agroalimentare".

Focus sui controlli: secondo il progetto Eataly-Mangioitaliano, "il consumatore, anche quello più esperto in questo campo, però diventa più incerto. Chiede sicurezza ma controlla egli stesso poco ciò che mangia. Solo il 40% degli italiani fa la cosa più semplice del mondo per sapere cosa mangia, cioè legge l’etichetta". Gli operatori scorretti, rileva il rapporto, di fatto quando entrano in azione "restano impuniti e difficilmente concorrono a formare delle statistiche affidabili". Fra i fatti conosciuti rientra una casistica che comprende "prodotti commercializzati ma scaduti, prodotti freschi deteriorati; prodotti freschi trovati nella filiera della distribuzione con valori di contaminazione di vario genere sopra la norma, prodotti scongelati venduti per freschi, prodotti stranieri venduti per italiani, prodotti scongelati stranieri venduti per freschi e italiani e prodotti venduti senza indicazione d’origine".

"L’Europa ha deciso di non fare competizione sui costi e si è deciso di puntare sulla produzione di qualità, che siano prodotti industriali o agricoli", ha detto il Sottosegretario del Ministero della Salute Gianpaolo Patta, che ha ricordato le ispezioni fatte contro il riso ogm e il fatto che "le industrie italiane non hanno più ordinato un chicco di riso da Stati Uniti e Cina". "Stiamo promuovendo la campagna ‘guadagnare in salute’", ha detto il Sottosegretario sottolineando che "andrebbe riscoperta la dieta alimentare mediterranea" e che i bambini a loro volta vanno educati a una dieta equilibrata attraverso il ruolo degli insegnanti. E per quanto riguarda le falsificazioni del made in Italy, "quello di fabbricare false identità – ha detto Stefano Masini della Coldiretti – è diventato un affare lucroso": negli Stati Uniti, ha detto, il 98% del formaggio venduto come parmigiano reggiano, cioè parmesan, è falso, nei sughi per la pasta gli autentici italiani sui falsi sono solo il 3% mentre i pomodori in scatola italiani rappresentano solo il 24%. "Dobbiamo tornare non a una politica protezionista ma a una politica di informazione: alla libertà di agire sul mercato dell’impresa deve corrispondere la libertà di preferenza del consumatore. E la qualità è tanto di chi produce quanto in chi acquista".

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