L’aspirina e altri farmaci anti-infiammatori non steroidei (FANS) possono essere efficaci nella prevenzione dello sviluppo del tumore dell’esofago in pazienti con esofago di Barrett. Lo dimostra uno studio apparso sulla rivista Lancet. "Un trattamento poco costoso, facilmente disponibile e molto sicuro per prevenire la progressione neoplastica in pazienti ad alto rischio di tumore esofageo porterebbe sostanziali benefici in termini economici e sanitari", spiega Thoma Vaughan della Public Health Sciences Division del Fred Hutchinson Cancer Research Center di Seattle, leader del team di ricercatori autori dello studio. La malattia da reflusso gastroesofageo (MRGE) è una patologia complessa, provocata dalla presenza di un anormale reflusso acido. Entro certi limiti la risalita di acido e succhi gastrici dallo stomaco (che è la sede di produzione) all’esofago può essere considerata normale, e quando è occasionale non produce conseguenze. Quando però questo fenomeno si verifica troppo spesso, o quando il materiale acido risalito nell’esofago vi rimane troppo a lungo, possono sopraggiungere disturbi e complicazioni. Sintomo caratteristico del reflusso è la pirosi (sensazione di bruciore che dal petto, dietro lo sterno, si estende in alto verso la gola), un fenomeno che di per sé può peggiorare sensibilmente la vita del paziente, specie se si presenta di notte disturbando seriamente il sonno. Un reflusso cronico e protratto nel tempo può portare alla vera e propria malattia da reflusso; questa si può presentare con una semplice infiammazione dell’esofago o con fenomeni erosivi, dovuti all’azione dei succhi gastrici sulle mucose.

L’esofago di Barrett, descritto per la prima volta da Barrett nel 1950, si rileva all’incirca nel 10 per cento delle esofagiti da reflusso ed è caratterizzato dalla presenza di alterazioni del tessuto esofageo. Tale condizione può predisporre allo sviluppo di un tumore. La MRGE colpisce milioni di persone in Italia, ma è una malattia spesso sottostimata da parte dei pazienti stessi e a rischio di una diagnosi tardiva: oltre il 50 per cento dei pazienti, infatti, effettua un consulto medico solo quando la sintomatologia è diventata insopportabile; il 47 per cento risulta soffrire di sintomi giornalieri; il 70 per cento descrive la sintomatologia di livello moderato-severo; all’esame endoscopico il 47 per cento manifesta erosioni esofagee mentre il 6 per cento ha un esofago di Barrett. Ogni anno circa l’1 per cento dei pazienti con esofago di Barrett sviluppa un adenocarcinoma esofageo. Sebbene l’incidenza di questa patologia tumorale sia in crescita, i meccanismi alla base del suo sviluppo non sono stati ancora del tutto chiariti. Si ritiene che l’assunzione di FANS prevenga lo sviluppo di tumori colorettali e polipi adenomatosi principalmente attraverso l’inibizione della ciclo-ossigenasi, un enzima con proprietà cancerogene. I ricercatori guidati da Vaughan hanno esaminato la relazione tra la durata e la frequenza dell’utilizzo di FANS e il rischio di adenoicarcinoma esofageo in 350 pazienti con esofago di Barrett.

Dopo un periodo medio di 65,5 mesi è risultato che i consumatori abituali di FANS avevano un rischio significativamente minore rispetto a chi non aveva mai assunto FANS (incidenza di adenocarcinoma esofageo in 5 anni 6,6 per cento nei pazienti trattati con FANS, 14,3 nei pazienti mai trattati con FANS). I pazienti trattati presentavano anch’essi un rischio minore (9,7 per cento), ma di entità non così significativa. Vaughan commenta: "Questi dati dimostrano che la terapia con anti-infiammatori non steroidei può rappresentare una valida strategia terapeutica per ridurre il rischio di progressione neoplastica nei pazienti con esofago di Barrett".

 

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