Il Tribunale dei diritti del malato ha presentato questa mattina a Roma il II Rapporto sull’assistenza domiciliare oncologica. La relazione introduttiva di Stefano Inglese, segretario nazionale dell’organizzazione, si è conclusa con una richiesta precisa "l’Ado (assistenza domiciliare oncologica) – ha detto il segretario – deve essere riconosciuta nei fatti come parte integrante del sistema sanitario". Il servizio attuale, infatti, pesa ancora troppo sulle famiglie che oltre alla malattia devono, in molti casi, sostenere un ulteriore peso costituito dai costi per l’assistenza, per i farmaci e scarsa assistenza psicologica.

La ricognizione del Tdm ha avuto come oggetto la verifica di alcuni aspetti gestionali ed organizzativi del servizio di assistenza domiciliare in ambito oncologico in Italia, basandosi su una raccolta diretta di informazioni provenienti tanto dalle Asl (sone 32 quelle coinvolte) che dalle famiglie (398) che di questo servizio hanno usufruito. Questo metodo ha contribuito ad evidenziare una fotografia con molti chiaroscuri e qualche contraddizione come, ad esempio nel caso relativo ai tempi di attesa. Il 75% delle aziende monitorate, infatti, ha dichiarato di garantire il servizio entro 48 ore dalla richiesta ma il dato viene smentito dai cittadini che solo nel 63% dei casi ammette la stessa celerità.

Stesse differenze emergono con riguardo alla composizione dell’equipe assistenziale. Sia i dati forniti dalle aziende che dai cittadini confermano la centralità dell’infermiere e del medico di famiglia ma, mentre le aziende dichiarano la presenza nelle equipe di diverse figure professionali (assistente sociale e sociosanitario nel 72% delle strutture, consulente specialista e fisioterapista nel 69%, psicologo nel 66%, nutrizionista nel 56%..), i dati forniti dai cittadini smentiscono questa visione lamentando l’inadeguatezza dell’equipe assistenziale che di fatto risulta composta esclusivamente da due figure (medico e infermiere).

Stessa differenza di percezione tra aziende e cittadini è relativa alle misure di terapia del dolore all’interno dei piani assistenziali e la presenza di un medico esperto in terapia del dolore. La percentuale è alta tra le aziende mentre si abbassa drasticamente tra i cittadini che lamentano ancora difficoltà nell’accesso ai farmaci oppioidi a causa della indisponibilità del ricettario da parte del medico prescrittore (27%), per errori nella compilazione della ricetta (20%) o per indisponibilità del farmaco in farmacia (53%).

 

 

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