In Veneto il 90% degli specialisti usa i farmaci biotecnologici per i propri pazienti (95% degli oncologi e 80% dei nefrologi) ma il 30% non conosce bene cosa siano i biosimilari, le copie arrivate in Italia, simili ma non uguali ai loro originali biologici. È quanto emerge dal sondaggio "Farmaci biotech e farmaci biosimilari" condotto della Fondazione degli Oncologi Medici Italiani (AIOM) e della Società Italiana di Nefrologia (SIN) su un migliaio di specialisti di cui circa un centinaio in Veneto.

Gli oncologi in Veneto, evidenzia l’indagine, utilizzano più biotech della media italiana e assieme ai colleghi nefrologi della regione sembrano anche più aggiornati: in Italia infatti il 40% degli specialisti non sa bene cosa siano i biosimilari, dunque il 10% in più del Veneto. Sul motivo per cui è estremamente difficile copiare un biotech, gli specialisti veneti rispondono meglio della media italiana: infatti per quasi l’80% le differenze nei processi di sintesi sono determinanti ai fini della copia, quasi il 10% in più di risposte esatte rispetto alla media nazionale del 69,5% che ritiene queste diversità non influenti o che non sa rispondere.

Dal sondaggio emerge anche che l’80% di oncologi e nefrologi, con una punta dell’87% tra i nefrologi del Veneto, sono d’accordo con i recenti provvedimenti dei Ministeri della salute spagnolo e francese che impediscono al farmacista ospedaliero di sostituire con un analogo biosimilare la prescrizione di un farmaco biotech. 6 oncologi su 10 e ben 9 nefrologi su 10 (65% e 83% in Veneto) ritengono concreto il rischio che si crei un mercato di biosimilari a basso costo ad esempio attraverso Internet, con farmaci non controllati e potenzialmente pericolosi. Infine praticamente la totalità (98% degli oncologi e 95% dei nefrologi) è interessato a ricevere maggiori informazioni. "Segno incontrovertibile – spiega Marco Venturini, segretario nazionale AIOM – della forte carenza informativa che come AIOM auspichiamo di colmare proprio a partire dal Veneto con questo progetto di incontri regionali sui biosimilari, per portare le informazioni su tutto il territorio nazionale".

"Tutti gli specialisti dovrebbero essere informati sulle differenze tra biosimilari e ‘generici’ – commenta Venturini – invece dal nostro sondaggio emerge che il 40% di oncologi e nefrologi pensa che la dimostrazione di bioequivalenza cioè di pari attività sia sufficiente a qualificare un biosimilare, così come accade, ad esempio, per un banale antidolorifico. Non è così. Mentre i biotech sono ottenuti manipolando materiale vivente con tecniche di ingegneria genetica molto sofisticate e variabili, i farmaci di uso più comune derivano da normali reazioni chimiche. E’ necessario ribadire che per i biosimilari servono studi ‘ad hoc’ e soprattutto regole e sorveglianza: il problema più grave per i pazienti può essere la reazione immunogenica di copie non sufficientemente controllate. Auspico pertanto che, come già fatto da altri Paesi europei, venga quanto prima approvata una normativa che recepisca le evidenze scientifiche".

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