La Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità del decreto legge sul contenimento della spesa pubblica approvato con voto di fiducia nel luglio 2004 nella parte in cui vengono fissati per Regioni ed enti locali tagli alle spese per consulenze esterne, spese di missione all’estero, rappresentanza, relazioni pubbliche e convegni e spese per l’acquisto di beni e servizi. La Sentenza della Corte afferma che si tratta di vincoli che "non costituiscono principi fondamentali di coordinamento della finanza pubblica, ma competono una inammissibile ingerenza nell’autonomia degli enti quanto alla gestione della spesa". A sollevare la questione di legittimità della manovra erano state le Regioni Toscana, Campania, Valle D’Aosta e Marche. La Corte ha accolto parzialmente i ricorsi bocciando l’art. 1, commi 9, 10 e 11, del decreto sul contenimento della spesa pubblica "nella parte in cui si riferisce alle Regioni e agli enti locali". Infatti, in quei punti la manovra è in contrasto con gli art. 117 e 119 della Costituzione. La Consulta – afferma la sentenza – ribadisce innanzitutto un principio costantemente affermato dalla sua giurisprudenza, per cui "le norme che fissano vincoli puntuali relativi a singole voci di spesa dei bilanci delle regioni e degli enti locali non costituiscono principi fondamentali di coordinamento della finanza pubblica, ai sensi dell’art. 117, terzo comma, della Costituzione, e ledono pertanto l’autonomia finanziaria di spesa garantita dall’art. 119 Cost.".

Perciò afferma la Corte "il legislatore statale può legittimamente imporre agli enti autonomi vincoli alle politiche di bilancio (ancorché si traducano, inevitabilmente, in limitazioni indirette all’autonomia di spesa degli enti), ma solo, con "disciplina di principio", per ragioni di coordinamento finanziario connesse ad obiettivi nazionali, condizionati anche dagli obblighi comunitari". I vincoli possono essere considerati "rispettosi dell’autonomia delle Regioni e degli enti locali" – aggiunge la Corte – se hanno "ad oggetto o l’entità del disavanzo di parte corrente" o – ma solo "in via transitoria ed in vista degli specifici obiettivi di riequilibrio della finanza pubblica perseguiti dal legislatore statale" – la crescita della spesa corrente degli enti autonomi".

Quindi, "la legge statale può stabilire solo un limite complessivo, che lascia agli enti stessi ampia libertà di allocazione delle risorse fra i diversi ambiti e obiettivi di spesa".
La Corte ha dichiarato perciò l’incostituzionalità dei vincoli di spesa e delle altre norme che "presuppongono tali vincoli (prevedendo eccezioni alla loro applicabilità), o sono strumentali rispetto ad essi (disciplinando adempimenti consequenziali, controlli, obblighi di motivazione o informazione, o prevedendo fattispecie di responsabilità disciplinare ed erariale per la loro violazione)".


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