Le donne in Parlamento sono poche da sempre. La popolazione non lo sa e tende a sovrastimare la presenza femminile, anche se allo stesso tempo afferma che è necessaria una maggiore rappresentanza femminile in Parlamento. Un quarto della popolazione non si informa mai di politica. I canali di informazione privilegiata passano soprattutto per la televisione. E mentre è sostanzialmente stabile la partecipazione a comizi e cortei, aumenta invece, soprattutto da parte della componente femminile, l’impegno nelle associazioni di volontariato. Sono alcuni dati che emergono dalla ricerca "Partecipazione politica e astensionismo secondo un approccio di genere", realizzata dall’Istat su incarico della Commissione per le pari opportunità tra uomo e donna, presentata oggi dalla vicepresidente della Commissione Lùcia Borgia, dal Direttore dell’Istat Linda Laura Sabbadini e dalla Coordinatrice Gruppo "Rappresentanza" della Commissione Maria Teresa Coppo Gavazzi.

Le donne che siedono in Parlamento sono poche da sempre tantoche l’Italia è al fondo della graduatoria europea. Nelle ultime due legislature, inoltre, la presenza delle donne è diminuita e nel 2001 rappresenta appena l’11,5% alla Camera e l’8,1% al Senato. La presenza delle donne in Parlamento è poco conosciuta e sopravvalutata dai cittadini: "solo il 27% conosce la realtà della situazione, gli altri sopravvalutano la presenza femminile – ha commentato Linda Laura Sabbadini illustrando i risultati della ricerca – È responsabilità della televisione e dei media questa carenza di informazione visto che più del 90% si informa di politica attraverso la TV. Nonostante i cittadini pensino che le donne in Parlamento siano di più la maggioranza chiede una femminilizzazione della politica, una presenza maggiore di donne in Parlamento. Ovviamente sono più le donne a volerlo, quasi il 70%, gli uomini solo nel 44,6%".Quali sono i motivi per cui si chiede una maggiore presenza di donne in Parlamento? La prima ragione segnalata è che "le donne devono avere le stesse opportunità degli uomini" (64,1%); la seconda è che "le donne conoscono meglio alcuni problemi"; segue che "le donne devono essere maggiormente rappresentate" e che "portano più idee nuove".

Un quarto della popolazione di oltre 14 anni (pari al 24,8% della popolazione) ha riferito di non informarsi mai di politica e la quota è maggiore fra le donne (32,1%): si tratta, in valori assoluti, di circa 4 milioni di uomini e di 8 milioni 375mila donne. Sono le donne a sentire la politica più lontana. Crolla, dal 1993 al 2005, il numero di persone che ascolta dibattiti politici. In ogni caso, la ricerca ha evidenziato che ci si informa di politica più di quanto se ne parli. Fra i canali della comunicazione politica spicca il ruolo della televisione (al 93,7%) seguita con un deciso distacco dai quotidiani (52%); a questi mezzi si aggiungono la radio (31%), le discussioni con gli amici (24,8%), parenti (16,9%), colleghi di lavoro (13,1%) e la lettura di settimanali (13,3%) e altre riviste non settimanali (4,2%). In crescita, soprattutto da parte delle donne, la partecipazione ad associazioni di volontariato, che coinvolge circa 4 milioni e mezzo di persone.

La ricerca ha costruito una tipologia che evidenzia diversi modi di rapportarsi alla politica da parte delle donne. Un primo gruppo è rappresentato dalle escluse dalla politica (35,6%, pari a circa 9 milioni di donne): non si informano di politica né si impegnano politicamente. Emerge la sfiducia e la difficoltà di comprenderne il linguaggio. La maggioranza di questo gruppo ha solo la licenza elementare e sono sovrarappresentate le donne anziane e quelle che vivono al Sud. Un secondo gruppo è rappresentato dalle donne che si informano ma non si attivano (34,5%): si informano saltuariamente attraverso la televisione e vanno a votare ma qui si ferma il loro impegno, sono in larga parte diplomate o con licenza media, due donne su tre hanno un’età compresa fra i 20 e i 54 anni. Il terzo gruppo individuato dalla ricerca comprende le lavoratrici adulte che seguono con continuità la politica (17,4%): si informano di politica molto spesso, una donna su quattro si dichiara iscritta a una organizzazione sindacale, sono sovrarappresentate le residenti nel centronord, le diplomate e laureate. Il quarto gruppo individuato dalla ricerca comprende le donne dell’area del volontariato e dell’associazionismo culturale (6,7%): in questo caso è elevato l’attivismo sociale, si tratta di donne impegnate nel sociale e mediamente interessate e informate di politica. Il quinto gruppo comprende le libere professioniste, dirigenti, impiegate iscritte e impegnate nelle loro associazioni di categoria o sindacali (4%): si tratta di un milione di donne che presenta uno spiccato attivismo rivolto a organizzazioni sindacali, professionali e di categoria. L’ultimo gruppo individuato riguarda le militanti dei partiti e dei sindacati (1,8%) caratterizzate soprattutto da attivismo sindacale e partecipazione politica.

"L’astensionismo in Italia non ha mai conosciuto livelli elevati come in altri paesi europei – commenta Linda Laura Sabbadini – ma negli ultimi 30 anni ha manifestato una crescita continua". Nelle consultazioni politiche del 2001 ha raggiunto il 18,6% degli aventi diritto al voto. Se però al dato di base si aggiungono i dati relativi alle schede bianche e nulle, il fenomeno assume dimensioni maggiori coinvolgendo quasi un elettore su quattro. L’astensionismo si lega alla maggiore mobilità dell’elettorato italiano e dal fatto che l’astensione diventa una delle possibili scelte di cui avvalersi: il fenomeno è tradizionalmente femminile e del Sud ma nelle ultime elezioni politiche il ritmo di crescita è stato maggiore per gli uomini e al Nord.


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