I permessi di soggiorno sono raddoppiati nel corso degli anni ’90 e sono aumentati di un milione di unità tra il 2000 e il 2004: al 1° gennaio 2005 si attestavano a quota 2.320.000. E’ quanto risulta dalle stime provvisorie dell’Istat. Alla stessa data gli stranieri regolarmente presenti in Italia risultavano 2.740.000. L’88% risulta anche iscritto nei registri della popolazione residente.

Boom delle nascite. Molte anche le nuove nascite (e anche queste hanno modificato il tasso italiano delle nascite, che tendeva ad essere negativo): nell’arco di 10 anni infatti, dagli 8.000 nati da stranieri rilevati nel 1994, si è passati ai 49.000 del 2004, con un saldo naturale (differenza tra nascite e decessi) positivo (+45.994) in grado di compensare quello negativo della popolazione di cittadinanza italiana (-30.053).

Le leggi hanno favorito le regolarizzazioni. A promuovere il forte aumento delle richieste sono stati, precisa l’Istat, la seri e di interventi legislativi che, dal ’90 al 2002, hanno cercato di favorire la regolarizzazione degli immigrati e delle loro posizioni lavorative (circostanza che, è stato detto più volte anche nei mesi precedenti, ha inciso fortemente sul calo del tasso di disoccupazione).

In particolare, il forte aumento dei permessi al 1° gennaio 2004 (2.228.000, 724.000 in più rispetto all’anno precedente) risente degli effetti prodotti dalle leggi 189/02 (nota come legge Bossi-Fini) e 222/02, con le quali sono state regolarizzate circa 650.000 posizioni lavorative.

Gli europei doppiano gli africani. Le regolarizzazione hanno anche modificato la ‘mappa delle provenienze": se nei primi anni ’90 era maggiore il peso degli africani, successivamente è risultato sempre più rilevante il peso delle persone provenienti dall’Est europeo: al 1° gennaio 2004 gli europei hanno superato il milione di unità (il doppio degli africani) e detengono il 47.7% del totale permessi.

I motivi. Il motivo principale della richiesta di rilascio risulta il lavoro, seguito dalle ‘ragioni familiari’ (prevalenti per le donne): i due motivi rappresentano quasi il 90% delle cause di presenza.

Età. Nel decennio trascorso dall’ultimo censimento prima di quello del 2001 si è prodotto un bilanciamento nella struttura per genere, con un rapporto di mascolinità pari a 98 uomini ogni 100 donne (nel 1991 si rilevava un rapporto di mascolinità pari a 112 uomini ogni 100 donne). La popolazione straniera residente in Italia è piuttosto giovane, con un’età media di poco superiore ai 30 anni (30,4 per gli uomini e 31,4 per le donne). Per la popolazione italiana, invece, si rileva un’età media più elevata, di poco inferiore ai 42 anni (40,1 anni per gli uomini e 43,1 per le donne). Nel complesso, il 45,1% della popolazione straniera ha un’età compresa tra i 30 e i 49 anni. I cittadini stranieri residenti sono coniugati nel 50,2% dei casi; celibi o nubili nel 44,9% dei casi.

Istruzione. Il 32,9% dei cittadini stranieri ha la licenza di scuola media inferiore e il 27,8% il diploma di scuola secondaria superiore (contro, rispettivamente, il 30,1% e il 25,8% degli italiani). Il 9,0% ha conseguito un diploma di laurea (contro il 6,4% degli italiani). Tale significativa differenza deriva dalla diversa struttura per età delle due popolazioni: la quota di cittadini stranieri appartenenti alle classi di età centrali (20- 44 anni) è più consistente, il che comporta scostamenti in termini percentuali a favore degli stranieri in corrispondenza dei titoli di studio più elevati. Tra gli stranieri le donne risultano complessivamente più istruite: il 30,2% ha conseguito un diploma di scuola secondaria superiore e il 13,3% la laurea o un diploma universitario (contro, rispettivamente, il 25,3% e il 10,9% degli uomini). Tra gli italiani, invece, gli uomini sono più frequentemente in possesso di un diploma di scuola secondaria superiore, dell a licenza di scuola media e del diploma di laurea o universitario.

Occupazione – Il 44,8% degli stranieri è occupato nel settore industriale: il 31,9% lavora nell’industria manifatturiera e il 12,2% in quella delle costruzioni (i lavoratori italiani occupati nell’industria manifatturiera sono il 24,0% e quelli occupati nelle costruzioni l’8,0%). Il «terziario» è il secondo settore di occupazione degli stranieri, con il 32,0% degli occupati mentre è il primo per gli italiani (con il 42,4% degli occupati, principalmente nei settori della pubblica amministrazione, sanità e istruzione), seguito dal commercio, nel quale sono impiegati il 17,3% degli stranieri (contro il 19,0% degli italiani). L’11,2% dei lavoratori stranieri lavora nel settore dei «servizi domestici presso famiglie e convivenze» (a fronte dell’1,0% degli italiani) e il 7,5% in alberghi e ristoranti (a fronte del 4,4% degli italiani) Nel settore agricolo sono impiegati il 5,9% degli occupati stranieri (5,5% per gli italiani).

Per maggiori informazioni visita il sito dell’Istat.

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