Un’economia del "vivere bene", fondata su valori non misurabili con il metro della quantità: la cultura, il paesaggio, le valenze simboliche, l’eco di uno stile di vita, i richiami dell’immaginario, la creatività, la storia. Il libro "Soft Economy" intende dar voce a questa Italia. Venticinque storie emblematiche, avventure di successo come, per fare solo un esempio, la Technogym di Alessandro Neri che, da un garage in provincia di Cesena, è riuscita a imporre nel mondo il passaggio culturale dal fitness al wellness, insegnando agli americani come tenersi in forma. Per capire le motivazioni che hanno portato alla stesura del libro "Soft economy", Help consumatori ha intervistato Ermete Realacci, presidente onorario di Legambiente e deputato della Margherita, autore del libro insieme ad Antonio Cianciullo, giornalista del quotidiano La Repubblica.

D. Che cosa s’intende per "Soft Economy"? A chi è rivolto il libro?

R. Oggi l’Italia dà spesso l’impressione di essere stanca, ripiegata, in affanno. Soft economy vuole essere un messaggio di fiducia al Paese. É indirizzato a tutti coloro che hanno a cuore il destino dell’Italia. Le 25 storie raccontate in Soft economy – dalla Emmeti spars di Mandello sul Lario, dove si costruiscono gli alberi da regata più sofisticati al mondo, a Contessa Entellina in Sicilia dove Donnafugata intreccia il vino alla letteratura, passando per gli architetti dell’Ama group, che disegnano gli ultratecnologici stabilimenti dove nascono i microchip, o per Bialetti, uno dei più noti portavoce del made in Italy nel mondo grazie agli investimenti sul territorio, sulla qualità del lavoro e sull’innovazione – queste storie sono la prova che l’Italia ce la può fare. A patto di coltivare un’economia che scommette su conoscenza innovazione e nuove tecnologie, e insieme sui nostri grandi talenti: la creatività, la storia, i paesaggi, l’identità, la qualità della vita e quella dei prodotti. Un’economia che tiene insieme coesione sociale e competitività, e che trae forza dalle comunità e dai territori. Soft economy, appunto.

D. Attraverso le storie narrate proponete uno scenario diverso e meno scoraggiante per l’Italia del futuro?

R. Esattamente. Ma non è una mera proiezione nel futuro: è uno scenario che in Italia esiste già. Che però va diffuso, difeso e incoraggiato. Il libro vuole dare voce a questa Italia dei talenti e della qualità – esiste anche il sito web www.softeconomy.it, dove ognuno può raccontare appunto esperienze di soft economy – vuole ampliare quel modello di sviluppo che dei successi che raccontiamo è la premessa. Un obiettivo condiviso anche da Symbola – Fondazione delle qualità italiane, un’altra costola dello stesso progetto: nata appunto per far conoscere e mettere in rete tutte quelle esperienze accomunate dalla scommessa sulla qualità.

D. Un’economia del vivere bene fondata su valori non misurabili con il metro della quantità: cultura, stile di vita….è un modello facile da raggiungere?

R. Un modello complesso e dagli equilibri delicati, ma che nell’ Italia ha il suo campione. Non abbiamo chance di competere, per esempio, con le sterminate aziende statunitensi o brasiliane nella produzione di mais ogm: ma se parliamo di qualità, di produzioni uniche che nascono dalla combinazione irripetibile di un territorio con una comunità, i suoi saperi tradizionali e la sua storia, allora siamo imbattibili. Non ha senso sfidare la Cina sul prezzo delle t-shirt, ma nell’alta sartoria gli abiti di Brioni non hanno rivali.

D. Quali i risvolti di questo "possibile" modello sulla vita dei cittadini e quale dovrebbe essere il loro contributo?

R. Un paese su cui non incomba la minaccia del declino, che torni ad essere nuovamente competitivo scommettendo sulla qualità del lavoro, sull’ambiente, sui diritti, sulle nuove tecnologie, beh!, è anche un paese nel quale si vive meglio. Anzi: la qualità della vita è uno degli ingredienti decisivi dell’Italia della Soft Economy.

a cura di Norma Zito

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