Parlare di Commercio Equo e Solidale oggi non significa richiamarsi a generici appelli alla solidarietà, ma vuol dire focalizzare l’attenzione sugli squilibri economici e sociali che caratterizzano le periferie del mondo, quelle delle nostre città come quelle di continenti lontani. In particolare vuol dire ricercarne le cause primarie ed agire a livello politico, economico e sociale per rimuoverle.

Un intervento efficace non si può e non si deve basare su atteggiamenti autoreferenziali, in cui le organizzazioni di commercio equo guardano solamente a se stesse, ma deve saper intercettare le esigenze ed i bisogni di una società in continuo cambiamento, che parla di consumatori sempre più etici, di imprese che investono per riconvertire in maniera responsabile, di istituzioni che sempre di più sostengono esperienze socio ed ecosostenibili.

Questo è il contesto in cui come organizzazioni ci troviamo ad operare e questi sono gli interlocutori con i quali vogliamo, di necessità, confrontarci; la forza di un’esperienza come il Commercio Equo e Solidale sta proprio in questo: condizionare il proprio intorno, inducendo comportamenti responsabili, se non addirittura etici, nelle imprese e nei consumatori.

Tutto ciò non può però impedirci di guardare al mondo reale in cui viviamo, che parla ancora di aumento delle diseguaglianze, di crescente disagio sociale, di risorse naturali in esaurimento. E di imprese che, per la stragrande maggioranza dei casi, ricercano un profitto senza regole e senza limiti, in cui le persone e l’ambiente diventano risorse da sfruttare quando occorre, le comunità mercati da conquistare indipendentemente dalle conseguenze, i sindacati ingombranti cascami di un passato che non vuol passare.

Comunicazione, marketing, ricerca di consenso sociale. Come in un grande mercato le imprese spendono fortune per rifarsi il trucco, per comunicare ciò che è compatibile all’aumento di profitti e dividendi, mettendo in secondo piano l’impatto sociale ed ambientale delle proprie attività. Questo è il mondo con cui abbiamo a che fare, non l’ingenuo paese delle meraviglie, ma il più concreto territorio degli affari e dell’interesse personale, dove parole come "etica", "giustizia", "solidarietà" sono ottimi grimaldelli per aprire cuori e, quindi, portafogli. Se questo è vero, la certificazione di una linea di caffè della multinazionale Nestlé come equa e solidale presenta enormi contraddizioni. Ha l’apparenza di un vero e proprio regalo fatto alle politiche di marketing di una multinazionale che secondo il rapporto annuale della ICFTU, la Confederazione internazionale dei sindacati liberi: – nell’aprile 2003 in El Salvador chiuse una sua fabbrica, rifiutando di negoziare i termini della chiusura col sindacato locale, SETNESSA (Sindicato de Empresa de Trabajadores Nestlé S.A.).

Entrando più nello specifico della questione caffè equo e solidale Nestlé afferma che "D’altro canto [.] se da un lato ai coltivatori di caffè si pagassero su vasta scala i prezzi del commercio equo e solidale, superiori a quelli di mercato, si incoraggerebbero quegli stessi coltivatori ad aumentare la produzione, con un ulteriore effetto di distorsione sull’attuale squilibrio tra domanda e offerta, e dunque di abbattimento dei prezzi del caffè verde" (Nestlé, Novembre 2003). Insomma, equo e solidale va bene, purchè i bassi prezzi pagati ai produttori non si tocchino.

Proprio per questo, per le crescenti perplessità che comportamenti non chiari o dichiaratamente illegali suscitano, come organizzazioni riteniamo assolutamente impropria la concessione della certificazione equa e solidale al caffè "Partners Blend" di Nestlé, concessa dalla Fair Trade Foundation Uk.

Per questo chiediamo:

  • a tutte le esperienze di Marchio europee e mondiali, di rivedere e non proseguire la concessione del marchio Fairtrade alla linea di caffè in questione;
  • a tutte le organizzazioni della società civile europea e mondiale, di fare pressione sulla Fair Trade Labelling Organization (Flo) per aprire una discussione sui criteri utilizzati per conferire la certificazione a prodotti delle imprese multinazionali;
  • a tutte le organizzazioni della società civile internazionale, ai movimenti sociali, di appoggiare e sostenere tutte le iniziative sviluppate dalla rete Ibfan;
  • Ai gruppi e insegne della Grande Distribuzione e Grande Distribuzione Organizzata, in particolare a coloro che hanno aderito alla certificazione SA8000, di chiedere conto dei comportamenti in tema di diritti del lavoro, rispetto delle convenzioni internazionali e rispetto dell’ambiente da parte delle imprese fornitrici.

Sottoscrivono l’appello:
Agices (Associazione Generale Italiana Commercio Equo e Solidale)
Associazione Botteghe del Mondo Italia
Transfair/Fairtrade Italia

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