Dopo il passaggio all’euro le divergenze tra misura dell’inflazione offerta dagli indici dei prezzi al consumo che mostravano un aumento dei prezzi dei beni complessivamente contenuta, e percezione da parte dei consumatori di un aumento del costo della vita significativamente più elevato. Questo il tema centrale affrontato dal primo Rapporto sulla dinamica dei prezzi, presentato oggi a Roma, dalla Direzione Generale Armonizzazione del Mercato e la Tutela dei Consumatori del ministero della Attività produttive e l’Ipi (Istituto per la promozione industriale). "L’osservatorio prezzi del Map – ha affermato Daniela Primicerio, presidente della Direzione – è nato un anno fa con un grande entusiasmo e con il sostegno anche delle associazioni a tutela dei consumatori. Il nostro obiettivo è far crescere i cittadini informati e consapevoli. L’osservatorio ha infatti un sito consultabile da tutti i cittadini, www.maposserva.it".

Dal rapporto emerge una significativa divergenza tra "inflazione percepita" o da scaffale e "inflazione misurata" cioè l’inflazione effettiva che tiene conto di quali beni vengono effettivamente acquistati. In altri termini – spiega la ricerca – una cosa sono i prezzi di alcuni prodotti che si vedono sullo scaffale un’altra i prezzi e le quantità dei prodotti che effettivamente si consumano. Ad esempio i prezzi di alcune marche di caffè o di pasta possono essere aumentati ma il consumatore può sempre scegliere di consumarne altre o di acquistarli in punti vendita che abbiano prezzi più bassi o applicano forti sconti su alcuni prodotti.

In linea con i risultati del rapporto, il ViceMinistro per l’Economia e le Finanze, Mario Baldassarri, il quale ha sottolineato come "il consumatore può proteggere il proprio potere di acquisto dall’inflazione con una sostituzione di prodotto o di punto vendita". Per rendere il cittadino sempre più consapevole "si potrebbe – ha proposto Baldassarri – con l’aiuto delle nuove tecnologie, comunicare ai consumatori via sms informazioni sui prezzi dei beni al consumo, ad esempio i prezzi all’ingrosso".

Per difendere il proprio potere di acquisto gli italiani devono quindi essere consapevoli ed in grado di scegliere il prodotto in base al rapporto qualità-prezzo e al punto vendita. "Oggi il consumatore – ha affermato Giuseppe Tripoli, Segretario generale dell’Unioncamere – è sempre meno soggetto passivo e sempre più è in grado di selezionare i prodotti in base alla loro qualità. E’ quindi importante che l’etichetta sappia fornire le informazioni necessarie al cittadino per confrontare i prodotti".

"Con il passaggio all’euro – ha proseguito il viceministro – chi ha venduto ha guadagnato, mentre chi ha comprato ha perso, e tra questa fascia di cittadini vi sono coloro che percepiscono un reddito medio basso. La conseguenza è stata una frenata dei consumi. Occorre quindi che vengano istituiti dei panieri ad hoc per le rilevazioni". In effetti dalle analisi del rapporto emerge una verifica solo parziale del cosiddetto fenomeno della quarta settimana, secondo cui nell’ultima settimana del mese si avrebbe una riduzione degli acquisti dovuta all’esaurimento della capacità di spesa dei consumatori. Le stime condotte su un campione di circa 380 beni mostrano che il fenomeno è significativo solo per 59 prodotti, che rappresentano circa il 22 per cento del valore complessivo delle vendite. Ad esempio, la categoria Biscotti Secchi, registra un calo nelle vendite significativo nella quarta settimana del mese (-3%). La riduzione riguarda essenzialmente prodotti appartenenti alla fascia di prezzo alta. Anche Pancetta, Passate, Pasta secca, Formaggi Fusi registrano un calo delle vendite nella quarta settimana nella fascia di prezzo medio ed alta, forse a vantaggio di consumi della fascia di prezzo bassa.

La ricerca ha infine rilevato la presenza di significative differenze nei prezzi dei beni di largo consumo tra le diverse regioni,, e conferma che l’inflazione pesa in modo differenziato sulle famiglie italiane distinte per condizioni socio-demografiche. In particolare, le differenze dei prezzi medi tra regioni sono rilevanti e raggiungono circa il 25 per cento tra le regioni che si pongono ai due estremi della distribuzione. Le differenze sono più contenute, ma non irrilevanti, se si guarda ai differenziali dipendenti esclusivamente dai diversi prezzi ai quali sono venduti gli identici beni, cioè all’effetto "punto vendita" di tipo territoriale (si raggiungono circa 7-8 punti percentuali di differenza tra regioni più care meno care).

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