Gli omosessuali in Italia rappresentano il 5% del Paese, una regione grande più o meno come la Puglia o la Toscana fatta di cittadini che nascono, vivono e muoiono senza alcuna tutela delle loro relazioni familiari. Un’intera regione a cui è vietato sposarsi ed i cui abitanti non godono delle tutele legate al matrimonio civile, anche nel caso in cui mettano al mondo dei figli. Per riflettere su questo argomento e fare il punto della situazione dal punto di vista giuridico nel nostro Paese, si è tenuta oggi una giornata di studio organizzata da Magistratura Democratica, Articolo 29 e Rete Lendford. Titolo del dibattito “Costituzione e la discriminazione matrimoniale delle persone gay e lesbiche e delle loro famiglie”.
Dal punto di vista strettamente culturale e, per così dire, antropologico si è osservato che la famiglia ha cambiato radicalmente aspetto nel corso della storia e in questi anni sta attraversando la sua ennesima rivoluzione. “Da quando il matrimonio si è aperto all’affettività”, spiega Chiara Saraceno, Honorary Fellow al Collegio Carlo Alberto di Moncalieri, “lo scopo dell’unione non è stato più soltanto quello della procreazione ma è diventato il diritto di vivere pienamente il sentimento d’amore che lega la coppia. È ovvio che in tempi recenti, dove l’omosessualità non è più tenuta nascosta, questo assume i connotati di un nuovo diritto al matrimonio non soltanto per le unioni etero ma anche per quelle omosessuali”.
L’analisi giuridica del panorama attuale mostra che l’Italia è ormai l’unica grande democrazia occidentale a negare i diritti delle famiglie formate da coppie gay e lesbiche e dai loro figli e figlie. Tendenza decisamente controcorrente, tanto più che esistono riferimenti nazionali e sovranazionali che riconoscono alle coppie gay e lesbiche e ai loro figli e figlie lo status giuridico di “famiglia”. La Convenzione europea dei diritti umani (e, per suo tramite, dalla nostra Costituzione) assicura infatti la “vita familiare”. Eppure in Italia, un Paese aderente alla Convenzione, così tante famiglie vivono ancora prive di qualsiasi riconoscimento legale.
Si tratta di una violazione del principio di uguaglianza formale e sostanziale e anche del diritto delle minoranze”, denuncia Giuditta Brunelli, docente di diritto pubblico all’Università di Ferrara. “La nostra classe politica è rimasta immobile e spesso persino infastidita. I timidi dibattiti politici degli ultimi anni sono naufragati miseramente restituendo l’immagine di un legislatore incapace di affrontare il tema dell’uguaglianza, spesso privo del necessario spessore culturale e politico, ma soprattutto fastidiosamente incline a dinamiche di mediazione e di compromesso che sul tema dei diritti civili vanno considerate inaccettabili”, continua Stefano Celentano, giudice presso il tribunale di Napoli.
Il corto circuito tra legislatore inerte e giurisdizione silente e in costante difficoltà per l’assenza di un rete di norme, continua dunque a rimandare ad un futuro che mai verrà: è quella che gli organizzatori del convegno definiscono“un’emergenza democratica”.
 
di Elena Leoparco

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