Sharenting, un fenomeno diffuso. Ecco i consigli dei pediatri per un ambiente digitale sicuro

Sharenting, un fenomeno diffuso. Ecco i consigli dei pediatri per un ambiente digitale sicuro (foto Pixabay)

Secondo uno studio europeo, in via di pubblicazione sulla rivista Journal of Pediatrics, dell’European Pediatrics Association, ogni anno i genitori condividono online una media di 300 foto riguardanti i propri figli e prima del quinto compleanno ne hanno già condivise quasi 1.000. Le prime tre destinazioni di queste foto sono Facebook (54%), Instagram (16%) e Twitter (12%). La ricerca fa, quindi, il punto sul cosiddetto fenomeno dello sharenting, ossia l’abitudine a divulgare online contenuti, come foto, video altre informazioni che riguardano i propri figli.

Primo autore dello studio è il Prof. Pietro Ferrara, Responsabile del Gruppo di Studio per i diritti del bambino della SIP (Società Italiana di Pediatria), che presenta anche alcuni suggerimenti per i genitori, per garantire a loro e ai ragazzi e alle ragazze un ambiente digitale sicuro. Il fenomeno oggetto dell’analisi, infatti, potrebbe comportare alcuni rischi, di cui gli stessi genitori sono spesso inconsapevoli, e che implicano questioni relative alla tutela dell’immagine del minore, alla riservatezza dei dati personali, alla sicurezza digitale, e che possono esporre anche alla pedopornografia.

Sharenting, l’analisi del fenomeno

Un recente lavoro, citato nello studio e riportato dalla SIP in una nota, evidenzia che in media l’81% dei bambini che vive nei Paesi occidentali ha una qualche presenza online prima dei 2 anni, percentuale che negli Usa è pari al 92%, mentre in Europa si attesta al 73%.

Dati recenti mostrano, inoltre, che entro poche settimane dalla nascita, il 33% dei bambini ha proprie foto e informazioni pubblicate online. E un numero crescente di bambini nasce digitalmente ancor prima della nascita naturale. Infatti, si stima anche che un quarto dei bambini abbia un qualche tipo di presenza online prima di venire al mondo: negli Stati Uniti, il 34% dei genitori pubblica abitualmente ecografie online, percentuale che in Italia si attesta al 15%.

Perché i genitori pubblicano foto dei propri figli online? Nella maggior parte dei casi – spiega la SIP – i genitori sono spinti dal desiderio di “documentare la crescita dei piccoli, condividere ansie e preoccupazioni in cerca di un supporto emotivo, ricercare informazioni in ambito educativo, pediatrico, scolastico. Le tre tipologie di foto maggiormente pubblicate, infatti, sono di vita quotidiana (mentre il bimbo dorme, gioca, mangia), di uscite o viaggi e di momenti speciali (Natale, battesimo, primo giorno di scuola, compleanni)”.

Quali sono i maggiori rischi per i minori?

“Non va sottovalutato però che questa pratica può associarsi ad una serie di problematiche che principalmente ricadono sui bambini – spiega Pietro Ferrara. – Spesso, infatti, i genitori non pensano che quanto condiviso sui social media, a volte anche molto personale e dettagliato, esponga pericolosamente i bimbi ad una serie di rischi”.

“Primo fra tutti il furto di identità. Senza contare che informazioni intime e personali, che dovrebbero rimanere private, oltre al rischio di venire impropriamente utilizzate da altri, possono essere causa di imbarazzo per il bambino una volta divenuto adulto. Infine, questo tipo di condivisione da parte dei genitori può inavvertitamente togliere ai bambini il loro diritto a determinare la propria identità”.

 

sharenting
Foto di Edar da Pixabay

 

Inoltre c’è il rischio che i contenuti privati pubblicati online finiscano su siti pedopornografici: un’indagine condotta dall’eSafety Commission australiana, citata dalla SIP, ha evidenziato come circa il 50% del materiale presente su questi siti provenga dai social media, dove era stato precedentemente condiviso da utenti per lo più inconsapevoli di quanto facilmente potesse essere scaricato, non solo da amici, ma anche da estranei.

“I pediatri sono figure centrali per sensibilizzare i genitori sui pericoli associati alla condivisione online – afferma la Presidente SIP Annamaria Staiano. – Per proteggere la privacy dei bambini, alle famiglie può essere spiegato quali siano le possibili strategie difensive. È importante supportare le mamme e i papà, bilanciando la naturale inclinazione a condividere con orgoglio i progressi dei figli con l’informazione sui rischi connessi alla pratica dello sharenting”.

Sharenting, i consigli della SIP per i genitori

Ecco, quindi, i consigli della Società Italiana di Pediatria per sensibilizzare e informare i genitori:

  • essere consapevoli che lo sharenting è una pratica sempre più diffusa, ma non per questo bisogna sottovalutarne i potenziali pericoli. Condividere immagini, video e qualsiasi tipo di contenuto che abbia come protagonisti i bambini significa, infatti, costruire il “dossier digitale” di un bambino senza il suo consenso e senza che lui ne sia a conoscenza.
  • La condivisione sui social media di materiali e informazioni riguardanti i propri figli deve prevedere una certa cautela e, in molte occasioni, l’anonimato, perché quanto condiviso in maniera dettagliata e personale, come la localizzazione o il nome completo, potrebbe esporre pericolosamente i bambini ad una serie di rischi, primo fra tutti il furto di identità.
  • Non condividere immagini dei propri figli in qualsiasi stato di nudità. Queste immagini dovrebbero rimanere sempre private per il rischio potenziale che possano essere impropriamente utilizzate da altri.
  • Attivare notifiche che avvisino i genitori quando il nome dei loro figli appare nei motori di ricerca.

Infine, rispettare il consenso e il diritto alla privacy dei minorenni, quindi familiarizzare con la policy relativa alla privacy dei siti sui quali si condividono contenuti. “L’articolo 31 della Costituzione – spiega la SIP – “protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo” e la Convenzione Internazionale su diritti dell’infanzia e dell’adolescenza sottolinea come debba necessariamente essere data preminenza agli interessi e alla dignità del minorenne”.


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