Pur di avere un’alimentazione davvero sana e sicura, gli italiani sono disposti a spendere un po’ di più per alimenti più controllati, biologici o provenienti da allevamenti attenti alla salute degli animali. Ma quali garanzie in concreto ha il consumatore che per esempio acquista carne e uova “antibiotic free” sul fatto che sia davvero così? A rispondere alla domanda ci ha pensato il CIWF che sfata 6 dei miti più diffusi che hanno a che fare con la carne senza antibiotici e invita i consumatori a non acquistarla preferendo prodotti da allevamenti all’aperto e biologici.

Partiamo dal primo: è vero che solo la carne “senza antibiotici” non contiene residui di antibiotici? La dicitura “senza antibiotici” sta a indicare che la carne proviene da animali allevati senza uso di antibiotici. Comunemente, questa dicitura viene interpretata come se fosse la carne stessa a non contenere residui di antibiotici. Questo è vero da un lato, ma la mancanza di residui vale anche per qualsiasi tipo di carne in commercio, in quanto per legge, dopo la somministrazione degli antibiotici, bisogna seguire dei giorni di sospensione in cui gli animali non ricevono antibiotici prima di essere macellati. Pertanto non è necessario comprare carne “antibiotic free” per evitare di ingerire residui di antibiotici.

Gli animali allevati senza uso di antibiotici sono più sani? Non è garantito che gli animali siano più sani, anzi, a meno che non sia chiaramente indicato in etichetta, è possibile che nessun miglioramento di benessere animale sia connesso con l’antibiotic free. Addirittura può essere che, soprattutto nel caso di bovini e suini, si provi a ritardare le cure per mantenere il capo all’interno di una filiera che rende di più, perché più costosa al consumatore. Se si vogliono prodotti da animali allevati in condizioni migliori (e quindi più sani), non è necessario comprare la carne antibiotic free, ma piuttosto quella proveniente da razze più robuste (come quelle a lento accrescimento nel caso dei polli) e da animali allevati all’aperto o con metodo biologico.

La carne e le uova antibiotic free provengono da animali allevati senza l’uso di farmaci? No. Anzi, nella maggior parte dei casi, per compensare il mancato uso di antibiotici in sistemi di allevamento in cui non c’è stato nessun miglioramento delle condizioni di benessere degli animali, viene fatto un uso massiccio di altri farmaci. Nel caso dei polli, per esempio, il disciplinare per l’antibiotic free ammette l’uso di farmaci chiamati coccidiostatici ionofori, che hanno anche una funzione antimicrobica e il cui uso su larga scala, proprio come nel caso degli antibiotici, può causare l’insorgenza di fenomeni di resistenza al loro utilizzo. Studi preliminari riportati da un report norvegese sull’uso di questi farmaci hanno inoltre messo in evidenza una possibile associazione, in alcuni batteri, tra la diffusione della resistenza agli ionofori e quella agli antibiotici. L’impiego di coccidiostatici, così come quello degli antibiotici, è importante per garantire una buona salute agli animali, ma dovrebbe essere fatto in maniera responsabile, all’interno di allevamenti maggiormente rispettosi del benessere animale.

La dicitura “senza l’uso di antibiotici negli ultimi 4 mesi” è fuorviante? Si, è fuorviante perché nella maggior parte degli allevamenti di suini e bovini è molto frequente che gli antibiotici non vengano usati negli ultimi 4 mesi di vita degli animali, indipendentemente dal fatto che la carne sia etichettata “senza antibiotici” o meno. La gran parte degli antibiotici viene infatti impiegata quando gli animali sono giovani, soprattutto nelle fasi intorno allo svezzamento o a seguito di viaggi su lunghe distanze, aspetti che sfuggono dalla dicitura “senza l’uso di antibiotici negli ultimi 4 mesi”, ma il consumatore paga di più la carne etichettata “senza antibiotici”.

È garantito che comprare antibiotic free aiuti a combattere l’antibiotico resistenza? No, perché oltre a non avere informazioni su come sono stati migliorati i sistemi di allevamento per arrivare all’antibiotic free, non abbiamo neanche nessuna informazione su quanti e quali antibiotici (anche di importanza critica o “salvavita”) sono stati somministrati agli animali nei primi giorni di vita e fino ai tempi di sospensione indicati in etichetta (es. “negli ultimi 4 mesi di vita”). Inoltre, non vengono fornite informazioni neanche sull’uso “collaterale” di antibiotici, cioè quelli somministrati agli animali che vengono esclusi dalla filiera “antibiotic free” perché si sono ammalati e hanno dovuto ricevere dei trattamenti.

Conviene comprare carne e uova antibiotic free? Allo stato attuale, a meno che non ci siano indicazioni precise in etichetta, non vi sono garanzie su maggiori livelli di benessere animale. In assenza di specifiche, è anzi molto probabile che i prodotti antibiotic free provengano da allevamenti intensivi non diversi da tutti gli altri. Garanzie di maggiore benessere possono arrivare solo da prodotti in cui si dichiarano chiaramente i miglioramenti degli allevamenti, come nei sistemi all’aperto o biologici.

L’antibiotic free”, dichiara Annamaria Pisapia, Direttrice di CIWF Italia Onlus, “è l’ennesima operazione di marketing ad opera di grandi realtà del settore della grande distribuzione e della produzione, che attraverso claim fuorvianti inducono i consumatori a spendere di più per prodotti che nella stragrande maggioranza dei casi non garantiscono maggiore benessere o animali più sani. Pertanto, invitiamo i consumatori a non acquistare prodotti antibiotic free, e produttori e supermercati a investire in programmi concreti di miglioramento del benessere degli animali, a garanzia della salute pubblica e delle richieste dei consumatori”.

Scrive per noi

Elena Leoparco
Elena Leoparco
Non sono una nativa digitale ma ho imparato in fretta. Social e tendenze online non smettono mai di stuzzicare la mia curiosità, con un occhio sempre vigile su rischi e pericoli che possono nascondersi nella rete. Una laurea in comunicazione e una in cooperazione internazionale sono la base della mia formazione. Help Consumatori è "casa mia" fin dal praticantato da giornalista, iniziato nel lontano 2012.

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