Sì alle impronte digitali sul passaporto. Il rilevamento e la conservazione nel passaporto delle impronte digitali lede i diritti al rispetto della vita privata e alla tutela dei dati personali ma tali misure sono giustificate dall’obiettivo di impedire un uso fraudolento del documento o la sua falsificazione. E’ quanto stabilito dalla Corte di Giustizia dell’Unione europea, interpellata dalle autorità tedesche a fronte di un cittadino che aveva chiesto il rilascio di un passaporto rifiutandosi di farsi rilevare le impronte digitali.
La Corte si è espressa sul regolamento 2252/2004, che prevede che i passaporti presentino un supporto di memorizzazione altamente protetto che contiene, accanto all’immagine del volto, due impronte digitali. Queste possono essere utilizzate al solo scopo di verificare l’autenticità del passaporto e l’identità del suo titolare. Il Tribunale amministrativo della città di Bochum (Germania) ha chiesto alla Corte se il regolamento, obbligando chi richiede il passaporto a far rilevare le proprie impronte digitali e prevedendo la conservazione di queste nel passaporto, sia valido, in particolare, alla luce della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. E la Corte ha risposto in senso affermativo.
Sebbene il rilevamento delle impronte digitali e la loro conservazione nel passaporto costituiscano un pregiudizio ai diritti al rispetto della vita privata e alla tutela dei dati personali, tali misure sono in ogni caso giustificate dallo scopo di preservare i passaporti dagli usi fraudolenti – spiega la Corte di Giustizia – La Corte osserva al riguardo che le misure contestate perseguono, in particolare, l’obiettivo d’interesse generale di impedire l’ingresso illegale di persone nell’Unione europea. A tal fine, esse mirano a prevenire la falsificazione dei passaporti e a impedirne l’uso fraudolento”.
La Corte osserva infine che “il regolamento precisa espressamente che le impronte digitali possono essere utilizzate soltanto allo scopo di verificare l’autenticità del passaporto e l’identità del suo titolare. Per di più, il regolamento prevede che le impronte digitali siano conservate solamente all’interno del passaporto, il quale permane di esclusivo possesso del suo titolare. Non prevedendo nessun’altra forma né strumento per conservare tali impronte, il regolamento non può essere interpretato come idoneo a fornire, in quanto tale, un fondamento giuridico ad una eventuale centralizzazione dei dati raccolti in base ad esso oppure all’impiego di questi ultimi a fini diversi da quello di impedire l’ingresso illegale di persone nel territorio dell’Unione”.

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Marco Fratoddi, giornalista professionista e formatore, insegna Scrittura giornalistica al Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Cassino dove ha centrato il proprio corso sulla semiotica della notizia ambientale e le applicazioni giornalistiche dei nuovi media. È direttore responsabile del periodico culturale "Sapereambiente", ha contribuito a fondare la “Federazione italiana media ambientali” di cui è divenuto segretario generale nel 2014. Collabora con il Movimento difesa del cittadino come caporedattore del progetto "Io scrivo originale" per l'educazione alla legalità nelle scuole della Campania, partecipa come direttore artistico all'organizzazione del Festival della virtù civica di Casale Monferrato (Al). E' stato Direttore editoriale dell’Istituto per l’ambiente e l’educazione Scholé futuro-Weec network di Torino, ha diretto dal 2005 all’ottobre 2016 “La Nuova Ecologia”, il mensile di Legambiente, dove si è occupato a lungo di educazione ambientale e associazionismo di bambini. Fa parte di “Stati generali dell’innovazione” dove segue in particolare le tematiche ambientali e le attività di comunicazione. Fra le sue pubblicazioni: Salto di medium. Dinamiche della comunicazione urbana nella tarda modernità (in “L’arte dello spettatore”, Franco Angeli, 2008), Bolletta zero (Editori riuniti, 2012), A-Ambiente (in Alfabeto Grillo, Mimesis, 2014).

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