Case, scuole, ospedali, impianti industriali: sono 7 milioni di cittadini si trovano ogni giorno in zone esposte al pericolo di frane o alluvioni. Persone a cui può letteralmente franare il terreno sotto ai piedi da un momento all’altro. In ben 1.074 comuni (il 77% del totale) sono presenti abitazioni in aree a rischio, nel 31% dei casi sono presenti addirittura interi quartieri e nel 51% sorgono impianti industriali. L’urbanizzazione delle aree a rischio non è solo un fenomeno del passato. Nel 10% dei Comuni italiani infatti sono stati realizzati edifici in aree a rischio anche nell’ultimo decennio ma solo il 4% delle amministrazioni ha intrapreso interventi di delocalizzazione di edifici abitativi e l’1% di insediamenti industriali. E i cittadini? Non sanno niente o quasi sui rischi che corrono e quali comportamenti adottare in caso di percolo: i piani di emergenza, presenti nell’84% dei comuni, considerano il rischio idrogeologico ma l’attività di aggiornamento del piano e la diffusione di informazioni ai cittadini lascia molto a desiderare.
I numeri e i dati aggiornati sul rischio idrogeologico in Italia sono stati illustrati oggi da Legambiente, nel corso di un convegno per la presentazione del dossier “Ecosistema Rischio 2016”, l’indagine sulle attività nelle amministrazioni comunali per la mitigazione del rischio idrogeologico. Solo nel 2015 frane alluvioni hanno causato nel nostro Paese 18 vittime, 1 disperso e 25 feriti con 3.694 persone evacuate o rimaste senzatetto in 19 regioni, 56 province, 115 comuni e 133 località.
“E’ evidente l’urgenza di avviare una seria politica di mitigazione del rischio che sappia tutelare il suolo e i corsi d’acqua e ridurre i pericoli a cui sono quotidianamente esposti i cittadini”, ha dichiarato il responsabile scientifico di Legambiente Giorgio Zampetti.
La prevenzione deve divenire quindi la priorità per il nostro Paese, tanto più in un contesto in cui sono sempre più evidenti gli effetti dei cambiamenti climatici in atto. La Presidenza del Consiglio, con la Struttura di missione Italia Sicura, ha dato un segnale importante per uscire dalla logica dell’emergenza superando la tendenza degli ultimi anni in cui sono stati spesi circa 800 mila euro al giorno per riparare i danni e meno di un terzo di questa cifra per prevenirli. Facendo da cabina di regia e coordinamento tra le molteplici strutture, enti e soggetti che fino ad ora si occupavano in maniera disomogenea e frammentata della gestione del territorio, i primi frutti del lavoro di razionalizzazione si sono cominciati a vedere quando sono stati recuperati e stanziati i primi 654 milioni di euro per i primi 33 cantieri che fanno parte del più ampio Piano delle città metropolitane che comprende 132 interventi complessivi per un totale di oltre 1,3 miliardi euro.
“Il tema della fragilità del territorio della nostra Penisola deve diventare centrale nella riflessione comune a tutti i livelli di governo del territorio”, ha continuato Zampetti. Il lavoro per realizzare una effettiva mitigazione del rischio deve prevedere una improrogabile inversione di tendenza, sottolineano da Legambiente. Fermare il consumo di suolo, programmare azioni che favoriscano l’adattamento ai mutamenti climatici e operare per la diffusione di una cultura di convivenza con il rischio che punti alla crescita della consapevolezza presso i cittadini dei fenomeni e delle loro conseguenze sono tappe essenziali di questo processo.
Le città rappresentano oggi il cuore della sfida per l’adattamento ai cambiamenti climatici e agli affetti che essi comportano. Qui, infatti, si produce la quota più rilevante di emissioni ed è nelle città che l’intensità e frequenza di fenomeni meteorologici estremi sta determinando danni crescenti. A Roma e Napoli sono oltre 100.000 i cittadini che vivono o lavorano in zone a rischio, poco meno di 100.000 anche le persone in aree a rischio nella città di Genova. Inoltre, nonostante i rischi ormai evidenti, nelle città di Roma, Trento, Genova e Perugia anche nell’ultimo decennio sono state realizzate nuove edificazioni in aree a rischio.
“È necessario allora sottolineare ulteriormente che per ottenere risultati realmente efficaci nella prevenzione e nella mitigazione del rischio idrogeologico, oltre all’impegno da parte delle amministrazioni comunali su alcuni aspetti di stretta competenza, è necessario dar vita ad una filiera virtuosa a cui contribuiscano soggetti ed enti diversi, dallo Stato centrale agli enti locali, alle Autorità di Bacino, ciascuno con il proprio ruolo e le proprie prerogative”, concludono dall’associazione.


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