Enel X vs Google, Corte di giustizia Ue: rifiuto di garantire interoperabilità può essere abusivo (Foto Erik Mclean per Pexels)

Il rifiuto di un’impresa in posizione dominante di garantire l’interoperabilità della sua piattaforma con un’applicazione di un’altra impresa, che diverrebbe così più attraente, può essere abusivo. Può essere giustificato se l’interoperabilità portasse a compromettere la sicurezza o l’integrità della piattaforma, ma negli altri casi l’impresa dominante è tenuta a sviluppare un modello (template) entro un termine ragionevole e dietro corrispettivo economico.

La pronuncia della Corte di giustizia Ue, in estrema sintesi, è quella che arriva nel caso che vede opporsi Enel (per la precisione Enel X) a Google e che trae origine dal rifiuto di Google di garantire l’interoperabilità dell’applicazione JuicePass con Android Auto. La decisione era stata oggetto di una multa dell’Antitrust per oltre 100 milioni di euro.

Enel X vs Google per l’app JuicePass

Un passo indietro. Come spiega una nota della Corte di giustizia dell’Ue, nel 2018 Enel (per la precisione Enel X Italia, che gestisce oltre il 60% delle stazioni di ricarica disponibili per gli autoveicoli elettrici in Italia e fornisce servizi per tale ricarica), ha lanciato in Italia l’applicazione JuicePass, che permette ai conducenti di localizzare e prenotare stazioni di ricarica per i loro veicoli elettrici. Per facilitare la navigazione verso le stazioni, Enel ha chiesto a Google di rendere l’applicazione compatibile con Android Auto, il sistema di Google che consente di accedere, direttamente sullo schermo di bordo delle automobili, ad applicazioni presenti su smartphone. Infatti, sviluppatori terzi possono adattare le loro applicazioni ad Android Auto grazie ai template (modelli) forniti da Google.

Google ha rifiutato di intraprendere le azioni necessarie per garantire l’interoperabilità di JuicePass con Android Auto. L’Antitrust italiana ha multato Google per oltre 102 milioni di euro (siamo nel 2021) ritenendo che tale comportamento costituisse un abuso di posizione dominante. Google ha impugnato la decisione dinanzi al Consiglio di Stato italiano, che ha adito la Corte di giustizia in via pregiudiziale.

La sentenza della Corte di giustizia

La Corte afferma che “il rifiuto di un’impresa in posizione dominante, che ha sviluppato una piattaforma digitale, di garantire l’interoperabilità di tale piattaforma con un’applicazione sviluppata da un’impresa terza può costituire un abuso di posizione dominante”.

Questo abuso di posizione dominante, prosegue la Corte, “non è limitato all’ipotesi in cui la piattaforma sia indispensabile per l’esercizio dell’attività del richiedente l’accesso. Può esistere anche quando, come sembra avvenire nel caso di specie, l’impresa in posizione dominante non ha sviluppato la piattaforma per le sole esigenze della propria attività, ma nella prospettiva di consentire il suo utilizzo da parte di imprese terze, e tale piattaforma non è indispensabile per lo sfruttamento commerciale di un’applicazione sviluppata da una siffatta impresa terza, ma è idonea a rendere detta applicazione più attraente per i consumatori”.

Il diniego di accesso può produrre effetti anticoncorrenziali anche se l’impresa che ha sviluppato l’app è rimasta attiva sul mercato pur senza beneficiare dell’interoperabilità. La Corte spiega anche che il rifiuto di garantire l’interoperabilità di un’app con una piattaforma digitale “può essere giustificato dall’inesistenza di un modello per la categoria delle applicazioni interessate quando la concessione di tale interoperabilità mediante un siffatto modello comprometterebbe l’integrità di tale piattaforma o la sicurezza del suo utilizzo, o quando sarebbe impossibile, per altre ragioni tecniche, garantire l’interoperabilità sviluppando tale modello”.

Tuttavia, precisa la Corte, “se così non è, l’impresa in posizione dominante è tenuta a sviluppare tale modello entro un termine ragionevole e a fronte, eventualmente, di un corrispettivo economico adeguato. In tale contesto occorre prendere in considerazione le esigenze dell’impresa terza che ha chiesto tale sviluppo, il costo effettivo di quest’ultimo e il diritto dell’impresa in posizione dominante di trarne un profitto adeguato”.

Google: “L’innovazione deve essere guidata dalla domanda degli utenti”

Sulla sentenza della Corte di giustizia Ue si segnala la reazione di Google, che si dichiara delusa.

Spiega infatti un portavoce di Google: “Abbiamo lanciato la funzionalità richiesta da Enel, nonostante essa fosse rilevante solo per lo 0,04% delle auto in Italia quando Enel l’ha richiesta originariamente. Diamo priorità alla creazione delle funzionalità di cui i conducenti hanno maggiormente bisogno perché crediamo che l’innovazione debba essere guidata dalla domanda degli utenti, non dalle richieste di specifiche aziende. Siamo delusi da questa sentenza, che esamineremo ora in dettaglio”.

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