SALUTE. Intervista ad Antonio Bortone, presidente Aifi: “In fisioterapia abusivismo crescente”

L’abusivismo in fisioterapia è un fenomeno crescente e preoccupante. Numeri certi non ce ne sono ma sono certe le conseguenze negative di un trattamento incompetente. Dichiara ad Help Consumatori Antonio Bortone, presidente nazionale dell’Aifi (Associazione italiana fisioterapisti): "Abbiamo dei dati forfettari che attestano un censimento dei fisioterapisti veri nell’ordine di 50-60 mila professionisti in Italia e praticamente un pari numero, di 40-50 mila, di esercenti abusivo". Si tratta dunque di un fenomeno "molto preoccupante". Anche perché "un conto è parlare di un ginocchio che è stato trattato male e con scarsa efficacia – dichiara Bortone – ma quando entro in trattamento per una cervicalgia e ne esco con una lesione del plesso cervicale il danno diventa permanente, non più transitorio". La campagna contro l’abusivismo in fisioterapia è realizzata dall’Aifi in collaborazione con Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato in occasione dell’odierna Giornata mondiale della fisioterapia, per la quale la World Confederation for Physical Therapy ha lanciato lo slogan "In movimento per la salute".

Antonio Bortone, presidente Aifi: come nascono queste iniziativa?

Il leit motiv di quest’anno è "In movimento per la salute". L’8 settembre abbiamo fatto coincidere, all’interno della Giornata mondiale della fisioterapia, un movimento di natura politico-professionale a vantaggio dei cittadini che vuole lottare e arginare il fenomeno drammatico dell’abusivismo in ambito fisioterapico e riabilitativo. Questi due slogan, in movimento per la salute e contro l’abusivismo – un nostro vecchio adagio era ‘Giù le mani dalla riabilitazione’ – di fatto rappresentano i due asset della giornata. La lotta contro l’abusivismo è storica ed è nata nel 1998. Abbiamo coniugato la Giornata mondiale della fisioterapia in ambito nazionale come occasione per mettere al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica il dramma dell’abusivismo: questo imperversa direttamente sul cittadino che si espone a un rischio esponenzialmente crescente.

Quali dati avete sull’abusivismo? Quanti sarebbero i fisioterapisti abusivi in Italia?

Dati oggettivi non ce ne possono essere, perché se avessimo oggettività e dimostrabilità di un esercizio abusivo andremmo a denunciare tutti i casi riscontrabili e documentabili. Cosa che già facciamo: denunciamo alla Procura della Repubblica, su prove provate, tutti gli esercizi abusivi della professione. Poiché l’Aifi è riconosciuta a livello ministeriale ci muoviamo come se fossimo un ordine professionale. La fisioterapia è, fra le professioni sanitarie, quella più ambita. In ambito fisioterapico sono stati fatti in modo inappropriato molti tentativi di aprire le competenze ad altre professioni, in primis i laureati in Scienze motorie, che finora sono stati arginati. L’abusivismo in fisioterapia è un fenomeno crescente. Noi abbiamo dati forfettari che attestano un censimento dei fisioterapisti veri nell’ordine di 50-60 mila professionisti in Italia e praticamente un pari numero, di 40-50 mila, di esercenti abusivi. Il fenomeno è molto preoccupante, perché in assenza di regole i pesciolini liberi sguazzano. Chi è messo sulla graticola ed è esposto a tale rischio è il consumatore, che è ignaro e non ha capacità di discernimento se un titolo è riconosciuto o meno, se è equivalente o equipollente, o quali competenze ha un professionista. Non a caso è stata fondata diversi anni fa l’Associazione nazionale vittime dell’abusivismo in riabilitazione, l’ANVAR, che intercetta quei casi di persone vittime di attività incompetente. E purtroppo lo si scopre soltanto dopo. Davanti a un incidente, a un danno o a una lesione, il cittadino cerca di tutelarsi in termini giudiziari per poi scoprire che il professionista o sedicente tale è sprovvisto di titoli. E paradossalmente non è nemmeno perseguibile, perché non essendoci delle regole chiare chi si improvvisa fisioterapista è attento a non rilasciare dati di riconducibilità a questa attività illecita. Quindi non rilascia fatture, non rilascia prescrizioni. Ove dovesse farlo è facilmente individuabile e lì il cittadino può ottenere un risarcimento.

Come può difendersi un cittadino e riconoscere che si ha davanti un vero fisioterapista? È sempre difficile, ma cosa deve guardare al primo impatto?

Uno dei dati significativi è chiedere la visibilità del diploma di laurea. Questo come garanzia, ma è ovvio che ci sono poi le mistificazioni dei titoli e ci sono i titoli pregressi, ci sono terminologie diverse con lo stesso significato. Qui il cittadino dovrebbe avere davvero capacità di discernimento e capire se un titolo è riconducibile alla titolarità del fisioterapista. Molto più semplice potrebbe essere chiedere se il professionista è iscritto all’Associazione italiana fisioterapisti, che è riconosciuta dal Ministero, e nelle more dell’attivazione dell’ordine, è come se il cittadino chiedesse l’iscrizione all’ordine professionale. Fermo restando che se il Governo si affrettasse a dare applicazione alla legge 43 del 2006 che invitava all’istituzione degli ordini professionali in ambito sanitario, questo diventerebbe un elemento di garanzia. E il cittadino allora chiederebbe di vedere il tesserino. In assenza di questo sistema di regolamentazione, il cittadino deve fare un po’ l’ispettore Derrick, deve indagare per mettersi in buone mani. La nostra associazione, riconosciuta dal ministero della Salute, è a disposizione dei cittadini. Un conto è parlare di un ginocchio che mi è stato trattato male e con scarsa efficacia, ma quando entro in trattamento per una cervicalgia e ne esco con una lesione del plesso cervicale il danno diventa permanente, non più transitorio, e molto probabilmente mi caratterizza la qualità della vita in modo particolarmente negativo.

Infatti: quali sono i rischi cui intercorre chi si ritrova in cattive mani?

Il rischio è quello di avere un trattamento incompetente. In un trattamento competente il fisioterapista parte da una valutazione funzionale, che accerta e conferma l’introduzione diagnostica, e redige un programma riabilitativo condiviso con il paziente. Si informa il paziente del percorso che bisognerà fare insieme. E si concorre alla definizione di obiettivi raggiungibili in ambito riabilitativo. Questa è la buona prassi. Si fa inoltre una verifica con scale di valutazione e ci sarà o un aggiustamento del programma riabilitativo o una scheda di dimissione. Ovviamente il fisioterapista non prescrive farmaci.La cattiva prassi dell’abusivo sta in un approccio molto grossolano che rischia di non inquadrare dal punto di vista clinico il percorso di cui il paziente necessita e rischia di fare manovre maldestre, anche andando incontro a interventi controproducenti e segnando, nella migliore delle ipotesi pur negativa, un danno transitorio. Ad esempio: sto trattando un ginocchio post operato, creo un carico anticipato per una maldestra valutazione e vanifico l’intervento chirurgico. Lì diventa transitorio perché il paziente si risottopone al trattamento chirurgico e da lì inizia un nuovo iter riabilitativo con un’altra persona. Quando invece accade un approccio maldestro in ambito neurologico, questo può avere tre esiti, due sull’età adulta e uno sull’età evolutiva. Nell’età adulta, un trattamento rischia di essere lesivo e di creare una lesione aggiuntiva: rischio di complicare il quadro clinico del paziente. Il secondo dato è che alcune patologie neurologiche, trascorso un determinato tempo come negli ictus cerebri, dunque trascorsi 12-24 mesi dall’evento, hanno dei margini di recupero molto esigui e tendono a stabilizzarsi come esito post ictus. Se dovessi trascorrere questi mesi in compagnia di un abusivo, vanifico il range di recupero migliore e stabilizzo esiti che avrei potuto moderare e ridurre nel corso di questo periodo. Sotto l’aspetto pediatrico il tutto è molto preoccupante perché, intercettando il soggetto in fase evolutiva, l’esito negativo diventa eclatante solo a processi di sviluppo ultimati. Un abusivo che prende in carico un bambino e non ne ha competenza rischia di vanificare tutti gli appuntamenti utili per sfruttare il fattore sviluppo e migliorare le capacità di apprendimento, organizzazione motoria e sviluppo del bambino, non utilizzandoli in chiave riabilitativa e di fatto creando delle situazioni problematiche e irreversibili.

 

A cura di Sabrina Bergamini

 

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