ENERGIA. Coldiretti, insufficiente il decreto biocarburanti

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"E’ insufficiente il piano nazionale per la produzione di biocarburanti ottenuti da coltivazioni agricole che l’Italia produce in abbondanza e che potrebbe ulteriormente incentivare per uscire dalle crisi ricorrenti causate dal caro petrolio e contribuire al raggiungimento degli obiettivi fissati dal protocollo di Kyoto con la riduzione delle emissioni di gas serra". E’ questo il giudizio espresso da Franco Pasquali, segretario generale della Coldiretti, al workshop Adiconsum sulle tariffe elettriche nel commentare i contenuti del Decreto Legislativo 128/2005 che attua la Direttiva 2003/30/CE relativa alla promozione dell’uso dei biocarburanti o di altri carburanti rinnovabili nei trasporti, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n.160 di ieri.

Nonostante che, secondo l’Agenzia Internazionale per l’energia, i biocarburanti siano ritenuti competitivi con un prezzo del petrolio sui 60 dollari al barile, gli obiettivi fissati dal Decreto – ha sottolineato il Segretario – si pongono ben al di sotto del target fissato dall’Unione Europea che prevede di sostituire entro il 2005 il 2% dei consumi totali di benzina e gasolio da autotrazione con biocarburanti, per poi salire al 5,75% entro il 2010. Inoltre viene prevista una distribuzione extrarete che ostacola fortemente le possibilità di diffusione del biodiesel e del bioetanolo che andrebbero invece integrati nei normali carburanti come peraltro avviene in altri paesi europei.

Peraltro – ha continuato il rappresentante dei coltivatori – non viene adeguatamente valorizzato il contributo dei biocarburanti nel contenimento dei livelli di inquinamento delle città quando vengono superati i limiti nonostante che con il biodiesel sia possibile ridurre dell’80 per cento le emissioni di idrocarburi e policiclici aromatici e del 50 per cento quelli di particolato e polveri sottili mentre con il bioetanolo si riducono le emissioni di idrocarburi aromatici come il benzene del 50% e di oltre il 70% anidride solforosa mentre cali più contenuti si hanno anche per il particolato e per le polveri sottili.

Potenziando le coltivazioni dedicate alla produzione di biocarburanti (biodiesel e bioetanolo), l’utilizzazione di residui agricoli, forestali e dell’allevamento e l’installazione di pannelli solari nella aziende agricole – ha sostenuto Pasquali – è possibile arrivare a coprire entro il 2010 fino al 13% del fabbisogno energetico nazionale, risparmiare oltre 12 milioni di tonnellate di petrolio equivalenti e ridurre le emissioni di anidride carbonica di origine fossile di 30 milioni di tonnellate.

ll bioetanolo – spiega Coldiretti – viene prodotto tramite processi di fermentazione e distillazione di materiali zuccherini, amidacei o sottoprodotti come cereali, barbabietola da zucchero e prodotti della distillazione del vino, mentre il biodiesel deriva dall’esterificazione degli oli vegetali ottenuti da colture come il colza e il girasole. Il ritardo nazionale è particolarmente grave anche in relazione alle iniziative adottate dai principali Paesi dell’Unione Europea come la Germania dove sono ormai 1900 le stazioni distributrici di biodiesel ottenuto dalle coltivazioni agricole o la Francia dove un proprietario di auto diesel su due viaggia utilizzando miscele con energia verde, sette raffinerie su tredici incorporano il biodiesel nel gasolio in percentuale del 5%, oltre trenta gruppi industriali utilizzano veicoli con biodiesel al 30% e nei prossimi tre anni verrà triplicato il contingente defiscalizzato.

Per questo – continua la Coldiretti – serve la messa a punto di un programma di alimentazione delle autovetture con miscele di biocarburanti anche attraverso l’impegno delle amministrazioni locali e un piano di defiscalizzazione che incentivi accordi per l’utilizzazione e lo sviluppo delle coltivazioni nazionali tra imprese agricole, trasformatori industriali e distributori commerciali. Cogliere le opportunità offerte da una agricoltura rigenerata – continua l’assoicazione di categoria – è una scelta di civiltà per il Paese ma anche una responsabilità delle imprese agricole per contribuire allo sviluppo sostenibile. D’altra parte, dalla riforma della Politica Agricola Comune viene un deciso orientamento dell’attività agricola verso la sicurezza alimentare ed ambientale che significa anche una politica che valorizza le risorse naturali che il territorio offre per la produzione di energie rinnovabili.

 

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