Google AdSense, Tribunale Ue annulla multa da quasi 1,5 miliardi (Foto Pixabay)

Il Tribunale Ue ha annullato una multa da quasi 1,5 miliardi di euro inflitta dalla Commissione a Google nel 2019 per la piattaforma pubblicitaria AdSense.

Il Tribunale, informa una nota, “conferma la maggior parte delle valutazioni della Commissione, ma annulla la decisione con cui quest’ultima ha inflitto un’ammenda di quasi 1,5 miliardi di euro a Google; per il motivo, tra l’altro, di non aver tenuto conto dell’insieme delle circostanze pertinenti nella sua valutazione della durata delle clausole contrattuali che aveva qualificato come abusive”.

La Commissione vs Google AdSense

La sentenza fa riferimento alla causa fra Google e Alphabet nei confronti della Commissione sul caso di Google AdSense for Search. E a una multa, decisa dall’Antitrust Ue nel marzo 2019, per per pratiche abusive nella pubblicità online. Google, era l’argomentazione, aveva abusato della propria posizione dominante sul mercato dell’intermediazione pubblicitaria nei motori di ricerca, imponendo una serie di clausole restrittive nei contratti con siti web di terzi che aveva impedito ai concorrenti di Google di inserire su tali siti le proprie pubblicità collegate alle ricerche.

Google gestisce dal 2003 la piattaforma pubblicitaria AdSense e ha sviluppato vari servizi fra i quali un servizio di intermediazione pubblicitaria online chiamato AdSense for Search («AFS») che consente agli editori di siti web con motori di ricerca integrati di visualizzare annunci pubblicitari collegati alle query online che gli utenti potevano inviare su tali siti web. Gli accordi sui servizi da negoziare con Google, è l’argomentazione sul tavolo, contenevano però clausole che limitavano o vietavano la visualizzazione di annunci pubblicitari di servizi concorrenti. Il caso riguarda dunque clausole considerate limitative nel Contratto di servizio Google (GSA). Diverse imprese hanno presentato segnalazioni alle autorità, a partire dal 2010 e poi fra il 2011 e il 2017. Fra queste Microsoft, Expedia e Deutsche Telekom.

Nel 2016 la Commissione aveva avviato un procedimento relativo a tre clausole («clausola di esclusiva», «clausola di collocamento» e «clausola di autorizzazione preventiva») e aveva precisato che tali clausole potevano precludere i servizi in concorrenza con AFS. Nel settembre 2016, Google ha rimosso o modificato queste clausole.

Nel marzo 2019, spiega una nota del Tribunale, la Commissione ha constatato che Google aveva commesso tre infrazioni distinte che costituivano, un’infrazione unica e continuata, dal gennaio 2006 al settembre 2016. Ha dunque multato Google per quasi 1 miliardo e mezzo di euro (1.494.459.000 euro) di cui oltre 130 milioni in solido con la società madre Alphabet.

La sentenza di oggi

Per il Tribunale, l’Antitrust europeo ha commesso errori nella durata delle clausole controverse e del mercato che queste hanno coperto nel 2016.

“Con la sentenza odierna, – informa una nota – il Tribunale, dopo aver confermato la maggior parte delle conclusioni della Commissione, conclude che tale istituzione è incorsa in errori nella valutazione della durata delle clausole controverse, mercato da essi coperto nel 2016”.

Secondo il Tribunale, la Commissione non ha dimostrato che le tre clausole costituissero ciascuna un abuso di posizione dominante e tutte insieme costituissero una violazione unica e continuata dell’articolo 102 TFUE.

“Il Tribunale ha annullato decisione della Commissione nella sua interezza”.

In particolare, prosegue la nota, la Commissione non ha dimostrato che le clausole in questione siano state in grado di dissuadere gli editori dal rivolgersi a intermediari concorrenti di Google o di essere stati in grado di impedire a tali concorrenti di accedere a una parte significativa del mercato per l’intermediazione della ricerca pubblicitaria online.

Il Tribunale “ritiene che la Commissione non abbia neppure dimostrato che le clausole in questione avessero, da un lato, potenzialmente scoraggiato l’innovazione, in secondo luogo, aiutato Google a mantenere e rafforzare la sua posizione dominante sui mercati nazionali della pubblicità sui motori di ricerca online in questione e, da ultimo, che avessero eventualmente danneggiato i consumatori”.

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