Dazi statunitensi, i possibili effetti sui consumatori italiani. Confesercenti-CER: a rischio i consumi delle famiglie

Dazi statunitensi, i possibili effetti sui consumatori italiani. Confesercenti-CER: a rischio i consumi delle famiglie (foto Pixabay)

“I dazi imposti dall’amministrazione Trump stanno creando un caos sui mercati,  che rischia di avere ripercussioni pesanti anche sui consumatori italiani“: lo denuncia il Codacons, che ricorda gli effetti diretti e indiretti di una guerra commerciale tra Usa e Ue.

“In questa situazione di grande confusione – prosegue l’associazione – l’unica certezza su cui concordano tutti gli analisti è che i dazi produrranno danni economici ai consumatori, sia nei paesi che li impongono sia in quelli che li subiscono”.

Gli effetti dei dazi statunitensi, l’analisi del Codacons

Secondo l’analisi del Codacons “paradossalmente per l’Italia gli effetti indiretti dei dazi appaiono di gran lunga più pericolosi di quelli diretti: il nostro Paese esporta infatti 65 miliardi di euro all’anno di prodotti verso gli Stati Uniti, dato che rischia di crollare a causa delle misure introdotte da Trump, determinando a regime perdite economiche ingenti per le nostre imprese. Allo stesso modo le imprese Ue ed extra-Ue che esportano negli Usa, ma che vendono anche in Italia, saranno colpite dalle misure protezionistiche e perderanno margini di guadagno. Il forte taglio dei profitti generato dal calo delle vendite oltre-oceano potrà essere solo in parte assorbito dalle aziende, che saranno costrette da un lato a tagliare posti di lavoro, dall’altro ad aumentare i prezzi al dettaglio nei mercati di attività, allo scopo di far quadrare i bilanci”.

A ciò si aggiungono anche “i danni sul fronte del turismo, con una riduzione dei flussi dagli Stati Uniti verso le destinazioni italiane, calo peraltro già denunciato dagli enti di settore in termini di minori prenotazioni per il 2025. Per non parlare delle conseguenze in tema di credito – prosegue il Codacons -. Un eventuale rialzo dell’inflazione come effetto della guerra commerciale spingerebbe la Bce ad alzare i tassi di interesse, con ripercussioni negative su mutui e finanziamenti“.

Per quanto riguarda gli effetti diretti dei dazi, secondo l’analisi del Codacons, in caso di contromosse da parte dell’Ue i prodotti Made in Usa venduti in Italia costeranno di più: sul fronte alimentare a rischio rincari sono ketchup, formaggio cheddar, noccioline, patate americane, salmone, noci, pompelmi, vaniglia, frumento, cacao, cioccolato, succhi di agrumi, vodka, rum, whisky, bourbon. Mentre tra i prodotti non alimentari costeranno di più jeans, magliette, scarpe e intimo, trattori, videogiochi, borse, portafogli, cotone, tabacco, ricambi per biciclette, giochi per bambini, i Suv e la moto Harley Davidson.

“C’è poi una enorme incognita che incombe sui consumatori italiani: quella rappresentata dalla speculazione. In questa situazione di caos e incertezza alcuni operatori potrebbero dare vita a fenomeni speculativi con rialzi ingiustificati dei prezzi – denuncia ancora il Codacons –. Basti pensare a quanto sta già avvenendo nel settore dei carburanti: nonostante il crollo verticale del petrolio, i listini alla pompa di benzina e gasolio segnano ribassi minimi, con il calo delle quotazioni che non si sta riflettendo sui prezzi praticati agli automobilisti”.

Confesercenti-CER: possibile impatto anche sui consumi delle famiglie

I dazi potrebbero avere un impatto anche sul mercato interno, riducendo di circa 11,9 miliardi di euro in due anni la crescita dei consumi delle famiglie: a stimarlo è Confesercenti con CER.

“La strategia dell’Amministrazione USA – spiegano – ha invertito le aspettative di mercato: si punta su una stagflazione dell’economia statunitense, che avrebbe sull’Italia un impatto negativo diretto aggiuntivo rispetto a quello dei dazi. Alla luce dell’attuale scenario, infatti, pur se suscettibile di imprevedibili evoluzioni, si prospetta per quest’anno una variazione del PIL vicina allo zero. Un elemento di preoccupazione è anche la caduta dei mercati azionari, le cui dimensioni rendono improbabile un’inversione di tendenza nel breve periodo”.

Viste queste considerazioni, rispetto alle stime precedenti ai dazi, Confesercenti calcola per i consumi delle famiglie una minore crescita dei consumi di 2,1 miliardi nel 2025 e di 9,8 miliardi nel 2026, per un totale di 11,9 miliardi. Mentre sul fronte del turismo, Confesercenti e CER rilevano che i visitatori dagli Stati Uniti sono relativamente pochi (4,8% del totale) ma sono alto-spendenti, e portano in media 6,5 miliardi di euro l’anno di spesa sul territorio.

“È importante intervenire a sostegno della filiera dell’export, ma senza dimenticare consumi e mercato interno, fondamentale per le piccole e medie imprese di commercio, turismo e servizi. Occorre lanciare un messaggio chiaro: l’arrivo dei dazi non deve interrompere il già troppo lento percorso di recupero del potere d’acquisto, e quindi della spesa delle famiglie, avviato negli ultimi anni – commenta Patrizia De Luise, Presidente di Confesercenti. – In un mondo in cui si affermano nuove istanze protezionistiche a svantaggio delle esportazioni, i consumi sono un motore fondamentale per la crescita della nostra economia. Se da un lato è opportuno ‘trattare’ condizioni migliori per le esportazioni (sempre in sintonia con i nostri partner UE) allo stesso tempo dobbiamo lavorare per una strategia efficace di rilancio della domanda interna, confermando e ampliando gli attuali sostegni al reddito e contro il caro-energia, da cui molte piccole imprese dei servizi sono attualmente escluse”.

“Le risorse possono venire anche da una nuova web tax: un intervento necessario per riequilibrare la concorrenza tra colossi online e imprese del territorio – prosegue De Luise – Una misura su cui, visto il mutato quadro dei rapporti commerciali USA-UE, non ha più senso esitare: sarebbe un efficace strumento di tutela per l’economia reale, soprattutto per il commercio di prossimità, che subisce sempre più una concorrenza fiscale sleale da parte dei giganti online. Allo stato attuale, secondo le nostre stime, circa 8 miliardi di euro l’anno di profitti dalle vendite online vengono delocalizzati dalle piattaforme internazionali, sfuggendo così di fatto all’erario italiano”.

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