Sanità pubblica, l’Italia spende meno dell’Europa:. Gimbe: “Serve cambiare rotta”
Nel 2025 la spesa sanitaria pubblica italiana è scesa al 6,2% del Pil, contro il 7,1% della media Ocse e dei Paesi europei. Secondo Fondazione Gimbe, il divario vale oltre 36 miliardi di euro e si è ampliato progressivamente dal 2011.
Salute, Rapporto Istat: aumenta la rinuncia alle prestazioni sanitarie (foto Pixabay)
La sanità pubblica italiana si trova sempre più distante dagli standard di spesa degli altri Paesi europei. Nel 2025, secondo un’analisi della Fondazione Gimbe realizzata sulla base dei dati Ocse, la spesa sanitaria pubblica italiana in rapporto al Pil è scesa al 6,2%, rispetto al 6,3% registrato nel 2024.
Un dato significativamente inferiore sia alla media dei Paesi Ocse sia a quella dei Paesi europei, entrambe ferme al 7,1%. Una differenza che, tradotta in termini di spesa pro capite e considerando la parità di potere d’acquisto, raggiunge complessivamente oltre 36 miliardi di euro.
Italia nelle retrovie dell’Europa
Il confronto internazionale evidenzia una posizione sempre più arretrata dell’Italia. Per incidenza della spesa sanitaria pubblica sul Pil, il nostro Paese si colloca dietro a 14 Paesi europei dell’area Ocse. Il distacco raggiunge quasi cinque punti percentuali rispetto alla Germania, dove la spesa arriva all’11% del Pil, e si aggira intorno ai tre punti nei confronti di Francia, Svezia e Regno Unito.
La distanza emerge anche osservando la spesa sanitaria pubblica per abitante. Nel 2025 l’Italia ha investito 3.952 dollari per cittadino, a fronte di una media Ocse superiore di 909 dollari e di una media dei Paesi europei superiore di 1.013 dollari.
«Nel confronto europeo l’Italia viaggia ormai stabilmente nelle retrovie», osserva il presidente della Fondazione Gimbe Nino Cartabellotta. Davanti al nostro Paese si trovano, tra gli altri, Repubblica Ceca, Slovenia, Polonia e Spagna, mentre alle spalle restano soltanto alcuni Paesi dell’Europa orientale e meridionale.
Un divario che dura da 15 anni
Il problema, secondo Gimbe, non è però recente. L’analisi dello storico della spesa sanitaria mostra infatti che il divario dell’Italia rispetto agli altri Paesi europei ha iniziato ad ampliarsi nel 2011 e da allora non è più stato recuperato.
In quindici anni, la progressiva riduzione delle risorse destinate alla sanità pubblica ha così prodotto un gap complessivo stimato in circa 36,1 miliardi di euro. Una distanza che, secondo Cartabellotta, rappresenta ormai una criticità strutturale per il Servizio sanitario nazionale.
«Il sottofinanziamento pubblico della sanità non è più una questione contabile per addetti ai lavori», sottolinea il presidente Gimbe, «ma una criticità strutturale che ha indebolito il servizio sanitario nazionale e compromesso l’esigibilità di un diritto fondamentale».
La sfida della Legge di Bilancio
I dati arrivano mentre si prepara il confronto sulla Legge di Bilancio 2027 e riportano al centro del dibattito la questione delle risorse destinate alla sanità. Per Gimbe, non è sufficiente aumentare gli stanziamenti: occorre anche accompagnare gli investimenti con riforme in grado di trasformare le risorse in servizi effettivamente accessibili ai cittadini.
La richiesta è quindi quella di «cambiare rotta», destinando alla sanità risorse adeguate ai bisogni di salute e intervenendo innanzitutto sul personale sanitario e sull’erogazione uniforme dei Livelli essenziali di assistenza (Lea).
Per Cartabellotta, recuperare il divario accumulato negli ultimi quindici anni rappresenta una delle principali sfide per il futuro del Servizio sanitario nazionale: non solo una questione di bilancio, ma una condizione necessaria per garantire concretamente il diritto alla salute.
