Migrazioni, Idos: Roma e Lazio, la normalità negata agli stranieri
Il 21° Rapporto IDOS-San Pio V fotografa una regione dove gli immigrati sostengono demografia e lavoro, ma pagano il prezzo di burocrazia, precarietà e politiche inefficaci
Roma e il Lazio si confermano un laboratorio unico dell’immigrazione italiana. È quanto emerge dal 21° Rapporto dell’Osservatorio sulle migrazioni curato da IDOS e dall’Istituto San Pio V, che descrive una realtà caratterizzata da una forte capacità di attrazione e da una presenza straniera sempre più stabile. Ma dietro i numeri si nasconde una condizione spesso segnata da ostacoli amministrativi, discriminazioni e difficoltà di integrazione.
Una presenza giovane che sostiene il territorio
Nel 2024 i residenti stranieri nel Lazio sono 651 mila, pari all’11,4% della popolazione regionale, una quota superiore alla media nazionale. Si tratta di una componente ancora giovane, con tre persone su quattro sotto i 50 anni e un contributo significativo alla natalità: oltre il 14% dei nuovi nati nella regione ha cittadinanza straniera. Un elemento che aiuta a compensare l’invecchiamento della popolazione italiana e garantisce forza lavoro in un contesto demografico sempre più fragile.
La comunità più numerosa resta quella romena, seguita da Bangladesh, Filippine, India, Ucraina, Albania e Cina. Il Rapporto evidenzia inoltre una forte concentrazione territoriale delle diverse nazionalità, con insediamenti particolarmente polarizzati tra Roma e le altre province.
Cresce il radicamento, cambia il volto dei flussi
Tra i segnali di stabilizzazione spicca il numero record di acquisizioni della cittadinanza italiana: quasi 17 mila in un solo anno. Anche i permessi di soggiorno di lungo periodo superano ormai quelli temporanei, confermando il consolidamento della presenza straniera.
Parallelamente, però, cambia la natura dei flussi migratori. Se dieci anni fa il lavoro rappresentava la principale motivazione di ingresso, oggi cresce in modo significativo il peso delle richieste di asilo e protezione internazionale. Un fenomeno che, secondo il Rapporto, riflette sia l’aumento delle migrazioni forzate sia le difficoltà dei canali regolari di ingresso per motivi di lavoro.
Burocrazia e accoglienza sotto accusa
Le criticità emergono con forza soprattutto sul piano amministrativo. I ricercatori denunciano tempi lunghi, procedure complesse e continui ostacoli burocratici che colpiscono richiedenti asilo e titolari di protezione, favorendo condizioni di marginalità sociale.
Anche il sistema di accoglienza mostra limiti strutturali: prevalgono i centri straordinari rispetto ai progetti del Sistema di accoglienza e integrazione, con situazioni di sovraffollamento e grandi strutture che ospitano centinaia di persone. A ciò si aggiunge una forte presenza di gestori privati e controlli pubblici giudicati insufficienti.
Lavoro povero e rischio irregolarità
Il Lazio presenta inoltre una delle contraddizioni più evidenti del mercato del lavoro migrante. Molti stranieri possiedono titoli di studio medio-alti ma svolgono mansioni poco qualificate. Nell’area metropolitana di Roma quasi un lavoratore straniero su due risulta sovraistruito rispetto all’occupazione ricoperta.
Preoccupano anche gli infortuni sul lavoro, soprattutto quelli mortali, che collocano il Lazio ai primi posti in Italia. Sul fronte dei Decreti flussi, infine, il Rapporto segnala un elevato rischio di irregolarità: nella regione la probabilità di non riuscire a trasformare l’ingresso in un regolare permesso di soggiorno è cinque volte superiore rispetto alla media nazionale.
Le nuove povertà dell’immigrazione
Tra le pagine più significative dello studio c’è quella dedicata alle lavoratrici domestiche straniere ormai anziane. Molte badanti, dopo decenni di attività e contributi spesso versati solo parzialmente, arrivano all’età pensionabile con assegni troppo bassi per garantire una vita dignitosa. Una situazione che costringe numerose donne a fare affidamento sull’assegno sociale.
Il quadro complessivo restituisce l’immagine di una popolazione sempre più radicata e indispensabile per l’equilibrio economico e demografico del territorio. Ma racconta anche quanto sia ancora difficile, a Roma e nel Lazio, trasformare l’integrazione in una reale condizione di normalità.
