Strategia per la zootecnia, WWF, Greenpeace & Co: agroecologia grande assente
La Livestock Strategy presentata dalla Commissione europea è una “non strategia” per una rete di associazioni (Greenpeace Italia, Isde, Lipu, Slow Food Italia, Terra! e WWF Italia) che esprime preoccupazione e delusione. Agroecologia grande assente, timidi passi avanti ma non si interviene sul modello di sviluppo
Strategia per la zootecnia, WWF, Greenpeace & Co: agroecologia grande assente (Foto Yan Krukau per Pexels)
La strategia europea sulla zootecnia, o Livestock Strategy, è una “non strategia” e lascia aperti i problemi che il sistema attuale causa a società, ambiente e salute. L’agroecologia è la grande assente del piano, il modello produttivo fondato sugli allevamenti intensivi non viene rivisto, qualche passo avanti c’è – sul benessere animale e sul piano per le proteine – ma tutto questo non basta.
Una rete di associazione che riunisce Greenpeace Italia, Isde, Lipu, Slow Food Italia, Terra! e WWF Italia esprime “grande delusione e preoccupazione” dopo la presentazione, da parte della Commissione europea, della strategia sul futuro dell’allevamento, la prima dedicata al comparto zootecnico, destinata a orientare le future politiche, gli investimenti pubblici e lo sviluppo del settore fino al 2040.
Un’occasione persa
Per le associazioni, che nel 2024 hanno prestato una proposta di legge per fermare con una moratoria l’espansione degli allevamenti intensivi e avviare un piano nazionale di riconversione agro-ecologica del settore zootecnico, si tratta infatti di “un’occasione persa per avviare la necessaria transizione e dare risposte alle crisi ambientali e sociali in atto, che stanno mostrando i loro effetti sempre più acuti in questi ultimi giorni, con temperature insopportabili e la crisi del mercato dei fertilizzanti”.
La Livestock Strategy della Ue
La Livestock Strategy, ha spiegato Bruxelles nei giorni scorsi, “definisce azioni per aiutare gli allevatori ad affrontare le sfide economiche, ambientali e di mercato. Questa visione a lungo termine riconosce il ruolo essenziale dell’allevamento sostenibile nel futuro dell’Europa per proteggere la sicurezza alimentare dell’Europa e sostenere le comunità rurali in tutta la loro diversità”.
Ci sono dei passi avanti sul benessere animale e sullo stop alle gabbie per le galline entro il 2026 e i suini entro il 2027.
La Commissione spiega inoltre che “elaborerà una metodologia armonizzata per misurare le emissioni di gas a effetto serra prodotte dal bestiame a livello di azienda agricola, al fine di riflettere meglio la diversità dei sistemi agricoli e gli sforzi compiuti dagli agricoltori. Verrà inoltre condivisa con gli Stati membri una serie di pratiche più efficaci per ridurre l’inquinamento atmosferico e le emissioni di gas a effetto serra. Una combinazione di strumenti politici, tecnologia e innovazione nei settori della genetica, dell’allevamento e delle strategie di alimentazione può contribuire efficacemente alla riduzione delle emissioni (16% entro il 2035)”.
Un piano d’azione per le proteine
La strategia è stata presentata insieme a un piano d’azione per le proteine che vuole aumentare l’offerta e l’uso di proteine coltivate nell’Ue – legumi e soia, che sono fonti proteiche di alta qualità per il consumo umano e fonte di alimentazione per la zootecnia. Nel 2025, ha spiegato la Commissione, solo il 25% delle proteine provenienti da semi oleosi e colture proteiche proveniva dall’Ue. Il piano mira dunque a aumentare la quota al 35 % entro il 2035.
La Commissione inoltre “sosterrà la produzione europea di colture proteiche e migliorerà la competitività delle proteine coltivate nell’UE. Riconoscendo i forti legami tra le catene del valore alimentare, dei mangimi, dell’energia e industriale, incoraggerà anche l’innovazione, gli investimenti, le diete diversificate e un migliore monitoraggio delle dipendenze proteiche”. A oggi sei paesi (Brasile, Stati Uniti, Argentina, Cina, India e Paraguay) rappresentano il 90% della produzione mondiale di soia. La zootecnia dell’Ue usa ogni anno circa 74 milioni di tonnellate di proteine come mangimi.
Manca l’agroecologia
La prima critica delle associazioni è relativa alla grande assente: l’agroecologia.
La strategia per la zootecnia, spiegano, “continua infatti a privilegiare un approccio fondato sulla competitività e sull’innovazione tecnologica, senza riconoscere l’agroecologia come quadro di riferimento per la transizione dei sistemi zootecnici europei. Nella strategia non si fa il minimo accenno alla necessità di ridurre il numero di animali allevati nelle aree caratterizzate da un’elevata concentrazione di allevamenti intensivi, continuando a trattare il settore zootecnico come un insieme omogeneo, senza distinguere tra allevamenti industriali ad alta intensità di input e sistemi estensivi, pastorali e agroecologici che forniscono servizi ecosistemici, mantengono il presidio del territorio e contribuiscono alla biodiversità”.
Le associazioni giudicano come “pericolosi” i contenuti della Livestock Strategy sul contributo della zootecnia ai cambiamenti climatici. “La proposta di adottare nuove metodologie per contabilizzare le emissioni provenienti dagli animali d’allevamento, rischia di ridurre artificialmente il peso dell’impatto climatico delle emissioni di metano, senza garantire una reale diminuzione delle emissioni stesse – spiegano – Si rischia, quindi, di minimizzare un problema a colpi di definizioni. Questo porterebbe a non investire adeguatamente sulla riduzione delle stesse, ma anche a potenziali storture nel conteggio dei crediti di carbonio”.
Passi avanti ma timidi e vaghi
Qualche segnale positivo viene dal piano sulle proteine, con la previsione di rafforzare le filiere di legumi e soia, e dai passi avanti sul benessere animale, che si fondano sull’intenzione di porre fine all’uccisione dei pulcini maschi nella filiera delle uova e sull’eliminazione graduale delle gabbie per il pollame oltre che il passaggio dalle gabbie ai sistemi a recinti per i suini.
Le misure annunciate, spiegano WWF, Greenpeace & Co, “rappresentano segnali positivi, ma rimangono limitate rispetto all’assenza di una revisione complessiva del modello produttivo”.
“Questi timidi passi avanti – proseguono le associazioni – sono però troppa poca cosa rispetto al contenuto della Strategia, che più che una visione del futuro appare come un testo per non cambiare il sistema, assecondando così i desideri e le richieste della lobby dell’allevamento industriale, a scapito delle medio-piccole aziende agricole estensive, familiari e di montagna , che continuano inesorabilmente a chiudere, in particolare nelle aree interne e montane”.
Il riferimento alla promozione di diete più sane e diversificate è presente nel piano delle proteine Ue ma è ritenuto troppo vago, senza obiettivi quantitativi, strumenti vincolanti e programmi comuni. Ora la parola spetta agli Stati, che dovranno decidere come mettere in atto la Livestock Strategy.
